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La
voce “copeta”,
forse da “cubbaita”, una forma di torrone arabo o dal latino
“cupedia”, ci induce ad aprire una parentesi su alcuni dolci
tipici locali, specie sul torrone che, da tempo immemorabile,
rappresenta, assieme alle “zeppole”, alle “nacatole” e
alle “nocelle”, alle susumelle, le pitte di San Martino,
l’alimento più gustato e più richiesto delle festività
natalizie polistenesi.
Il
torrone, infatti, prodotto con miele, zucchero e mandorla,
rappresenta ancora oggi, per le pasticcerie locali, una
sostanziosa fonte di guadagno. E’ prodotto artigianalmente e
viene esportato, anche se in modeste quantità, all’estero.
Ma
quali sono le fonti archivistiche che ci confermano la
lavorazione ed il consumo del torrone e della copeta nel corso
del Sei-Settecento ? Eccone un breve escursus.
Attraverso
la lettura della relazione del Tabulario Sabatino
del 1669, rileviamo subito una spesa di ducati 33 per “copeta
di Natale”.
L’allevamento
delle api nelle vigne del Palazzo dei Milano,
nel 1735, fa presupporre l’estrazione del miele anche per uso
di manipolazione e produzione di dolci.
Tra
le spese che l’Università (o meglio il Comune) di Polistena
sostenne nel 1749 e negli anni
successivi, figura la seguente: “Alli Cappuccini e PP. Paolini
per la copeta di Natale e nocelli...3;
La
copeta, infatti, che è simile al torrone, forse progenitrice
dello stesso, ma composta di farina, miele, vino cotto e sesamo,
è indicata tra i dolci natalizi. Potrebbe corrispondere, forse,
al dolce che, nell’attuale forma dialettale polistenese, si
chiama “nzuda”,
composto di farina, zucchero, strutto di maiale, lievito di
ammoniaca e poche mandorle ? Al momento non lo sappiamo.
Nelle
spese registrate
a Gennaio 1736, ma relative a movimenti di Dicembre 1735, già
troviamo un acquisto di rotoli 5,50 di copeta e “uno stoppello
di nocelle” per un importo di ducati 1.10. Fin qui la copeta.
Di seguito, le registrazioni per il torrone.
Negli
esiti del 22 Dicembre 1780 della Platea del Convento dei
Paolotti di Polistena,
troviamo che furono spesi carlini sedici e grana nove “per
torrone rot.a sette convenienza a’ Religiosi” e grana trenta
quattro “per un rotolo e mezzo di copeta”.
Stessa
cosa negli esiti
del 18 Dicembre 1781: “Per sette rot.a di torrone e strina
alli medemi Religiosi....01.- 69; per due rot.a di copeta...00.-40;
per un quarto di nucille...==.-50”. Ancora il 27 Dicembre
1782: “Per sei rot.a di torrone e due di copeta, carlini 02.-30”.
Altro
documento che evidenzia come il torrone prodotto a Polistena era
richiesto anche dai centri viciniori è un “Libro di introito
ed esito del Convento di S.Elia di Galatro”.
Nell’esito di Dicembre 1782 rileviamo che “di torrone a
Polistina” furono spesi carlini sei.
Anche
dalla Platea delle Clarisse
di Polistena rileviamo le seguenti annotazioni:
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22 Dic. 1803 :
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Pagati
a dì detto torrone rot.a due .......- -. - 51;
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06 Dic. 1805 :
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Torrone
rot.a cinque e torroncini fini 02.-62.6;
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17 Dic. 1805 :
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Più
rot.a quattro di torroncini p. il monastero 02.-40;
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21 Dic. 1806 :
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Per
torrone e nocelle per la serva 00.-37;
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torrone
e nocelle per le monache 03.-30;
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26 Dic. 1807 :
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Più
a di detto alla serva per torrone 03;
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21 Dic. 1808 :
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Per
torrone un rotolo e mezzo 01.-35;
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17 Dic. 1810 :
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Per
due rot.a di mandoli, ed ovi pd ovi p. fare li dolci nel
vicino Natale 01.-50”.
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Come
abbiamo visto, nelle registrazioni, il mese di Dicembre è
sempre costante, il che conferma chiaramente come sia la copeta,
sia il torrone, sia le nocelle venivano consumati solo nel
periodo natalizio.
Che
i torroncini fossero davvero eccellenti, lo si può evincere
anche da uno stralcio di lettera
che il Principe d’Ardore e Marchese di Polistena indirizzava a
Napoli alla Principessa Maria Giulia Cattaneo, sua moglie, il 15
dicembre del 1818, nella quale annunciava l’invio, anche di
torroncini: “ora che termino la presente, mi si dice, che la
barca partirà vennerdì, dunque p. mezzo di essa sper’in Dio
inviarti altri fichi, ed altr’olio, e certi dolci, e
torroncini eccellenti”.
Degli
speziali manuali che producevano torrone, copeta e dolci vari
abbiamo notizia di un tale Palermo,
del 1790, di tali Francescantonio Lanzo
e Cardonadel 1819.
Se
il Palermo e Lanzo vanno considerati polistenesi, non sappiamo
se il Cardona possa essere considerato anche polistenese o se
uno dei tanti “ferari” provenienti da
altra località, in occasione della fiera della
Candelora.
Ad
onor del vero, va indicato altro ulteriore “Cardona” per
l’anno 1874. In tale epoca, infatti, dalla famiglia del
marchese Rodinòvenne
mandato un corriere a Jatrinoli, da un tale Cardona, “per le
scatole di torrone”.
Non
mancheranno, fin dagli inizi del Novecento a Polistena, rinomate
fabbriche di torrone, premiate in diverse esposizioni nazionali:
quelle dei Riolo ed Andriello specialiste, particolarmente, del
“gianduiotto” .
Dagli
anni ’50 a tutt’oggi, numerose aziende artigianali
perpetuano la produzione a forte connotazione artigianale che
meriterebbe una più accurata diffusione e valorizzazione
proprio perché rappresenta una fonte economica e culturale
della società polistenese.
Ma
di questo ci occuperemo, nello specifico, in altra sede.
Polistena
7 dicembre ’05
(*)
Queste spigolature sono estratte, in parte, dal saggio di G. RUSSO:
L’alimentazione alla corte dei Milano di Polistena, in
INCONTRI MERIDIONALI: Rivista quadrimestrale di storia e
cultura, Soveria Mannelli, Rubbettino, n.2/3 - 1994, pp. 239-308.
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