|
POLISTENA - CHIESA MATRICE PALA
MARMOREA DELLA DEPOSIZIONE nella versione del
compianto Raffaele Sergio*
Tenuissime luci di verità storica furono gettate sulla
“Deposizione Marmorea “ di Polistena prima che l’egregio artista
Francesco Jerace non sostenesse, nella R.Accademia di
Archeologia,Lettere e Belle Arti di Napoli, che essa per coerenza di
tecnica e valori formali, era strettamente legata alle opere scultorie
di Giovanni Merliani da Nola. Fu
per questa pura occasione che la pala marmorea di Polistena, solo un
trentennio addietro, uscì dalle attribuizioni più contrastanti ed ebbe
finalmente il suo legittimo autore, il Merliani. Altri
invece, critici occasionali, vorrebbero attribuirla ad Antonello Gagini,
senza pensare che la corrente artistica a cui appartengono le opere
gigantesche è ben differente da quella a cui appartengono le opere del
Merliani, pur essendo esse della stessa epoca. Un
autorevole critico d’arte ebbe a dimostrare che la pala marmorea di
Polistena appartiene a “ quel ciclo di scultura contemporanea che
richiama davvero un sensitivo della plastica michelangiolesca “. Cogliendo
a distanza di tempo l’eco di questa asserzione, altri opinarono che la
detta opera fosse uscita addirittura dallo scalpello di Michelangelo. Tuttavia se la succitata Deposizione richiama il sensitivo della plastica michelangiolesca è, senza dubbio, dovuto al fatto che Giovanni Merliani da Nola, scultore, pittore e architetto, spinto a prendere contatto con gli artisti che avevano maggior rinomanza in Italia, oltre ad aver conosciuti il Bandinelli, il Montorsoli, il Sansovino ed il Ricci, conobbe a Roma anche Michelangelo, col quale, con molta probabilità, ebbe frequentissimi contatti. Circa
la provenienza della pala in Polistena, la nota tradizione dice che
essa, buttata a mare, venne portata
dalle onde sul fortunato litorale metaurense, (tratto fra
Tauriana e Nicotera ) ove nell’agosto del 1450 venne anche
trovata la cassa contenente la statua bizantina della Madonna di Patmos,
patrona oggi di Rosarno. Nel
1924, lo stesso artista Jerace pubblicava su “Nosside “ che il
prezioso complesso di frammenti che componeva il “ Divino Sacrificio
“ rimase per lungo tempo abbandonato fino a quando,nel secolo XVI, un
signore polistenese della nobile famiglia Niglia non lo fece
raccogliere e portare da Gioia a Polistena. In
questa cittadina,
la pala venne magistralmente
ricomposta nella sua originaria impostazione; ma crollata la Chiesa
Collegiale ov’era esposta, causa il sovvertimento tellurico del 1783,
subì altri danni. Dissotterrata
dal Principe di Ardore, l’opera nel 1813 venne collocata su una parete
della navata destra della nuova Chiesa Madre dove tuttora si trova. Per tramandare ai posteri il modo con cui il prezioso lavoro è pervenuto a Polistena, si fece incidere su un lato dell'altare che fa da base alla stessa pala, la seguente iscrizione, dettata dal "Santo" Arciprete Prenestino:
LA PALA MARMOREA DI POLISTENA* di Giuseppe Nàccari
Nella Chiesa
Matrice di Polistena, nella navata destra (sopra un altare), è custodita
una Pala marmorea che rappresenta la Deposizione; possiamo annoverarla tra
le opere artisticamente più interessanti del 500 in Calabria. E dire che
questa Pala, sconosciuta ai più, è stata oggetto di pochissime
attenzioni da parte dei cultori d'arte. Su La nuova Calabria, anno
1954, è apparso un articolo di Raffaele Sergio, che riporta uno studio
fatto dallo scultore Francesco Jerace. Nel 1994 Mario
Sergio, sulla Gazzetta del Sud del 1 maggio, ritorna su quest'opera
arricchendo gli studi del Jerace con notizie storiche ed alcune ricerche
di Giovanni Russo, secondo il quale l'altare e la Pala marmorea erano
presenti nel tempio cittadino già nel 1586. Certamente, in
base agli studi seguiti, è difficile dare una precisa datazione, se non
quella generica del XVI secolo. Ancora più complicata è la
identificazione del suo autore e
la destinazione a Polistena. Sul lato destro dell'altare, dove l'opera è
situata, si può leggere la seguente iscrizione, dettata dall'arciprete
Rosario Prenestino nel 1822 (in latino):" Questo altare con le
scolpite figure, celebre opera del 1503, proveniente dalla spiaggia di
Taureana, dove s'incagliò una nave alla deriva, fu collocato
primariamente nella Chiesa Madre; semidistrutto tra le rovine del
terremoto del 1783, ivi rimase a lungo dimenticato; finalmente ora
restaurato, il sentimento religioso della città erigerlo volle nell'anno
1822". Questa vicenda
fantasiosa ha un addentellato storico: ai primi del 500 sia il marchesato
di Gioia (Taureana) e sia la terra di Polistena erano sotto il feudatario
Consalvo Da Cordova, succeduto a Giacomo I Milano, per cui appare
verosimile che egli abbia fatto trasportare a Polistena l'opera rinvenuta
a Taureana. Sembra, però, che unitamente alla Pala sia stata rinvenuta
anche una cassa contenente la Madona bizantina di Patmos, portata e
venerata a Rosarno, il che pone in dubbio l'intera storia, perché non si
spiega come i due reperti abbiano avuto diversa destinazione. Ma
parte la dubbia origine del rinvenimento, anche l'autore dell'opera
non è stato possibile accertare. Sono stati fatti i nomi di diversi
artisti del 500, compreso quello del grandissimo Michelangelo. Di qui a
poco vedremo come questa tesi non sia sostenibile. I nomi che più di
frequente sono stati fatti sono quelli di Giovanni Merliani, detto Da
Nola, città in cui nacque nel 1488 e morto a Napoli nel 1558, quello del
Montorsoli e quello, scontato, di Antonio Gagini, molto in Calabria per
via delle numerosissime Madonne eseguite per diversi centri. Francesco
Abbate nella sua Storia
dell'arte nell'Italia Meridianale, ed. Progetti
Donzelli afferma "……senza entrare nei dettagli, si possono
contare sulle dita di una sola mano e forse anche meno le sculture di area
campana in Calabria le cui attribuzioni (tadizionali, recenti,
consolidate, o solo ipotizzate probabili) risultino ancor oggi
confermabili appieno. In questa sede non è possibile se non qualche
veloccissima spigolatura, iniziando dalla citata Deposizione di Polistena
che Negri Arnoldi ha attribuito a Montorsoli e Montanini e che è la
scultura più napoletana, della bottega di Giovanni Da Nola, che io
conosca in Calabria". Affermazione
sbrigativa e non ponderata, così come d'altronde hanno fatto quanti si
sono interessati a quest'opera. In base ai loro studi l'opera sarebbe da
attribuirsi ad un solo scultore, da identificarsi in Giovanni Da Nola. Le cose, ad
avviso di chi scrive, non stanno proprio così. La Pala sembrerebbe
scolpita da due artisti diversi per scuola e tecnica (la parte sottostante
potrebbe essere attribuita effettivamente a Giovanni Da Nola), i quali si
sarebbero divisi i compiti, facendo uno la parte superiore e l'altro
(Giovanni Da Nola ? ) quella inferiore. E valga il
vero. Balza, innanzi tutto, evidente che nella composizione siano stati
usati due blocchi di marmo della stessa qualità, ma di comparti diversi;
il diverso tono del colore dei due blocchi non può sfuggire
all'osservatore.. Quello che poi
mette conto rilevare è la composizione delle figure: quelle, poste in
basso, molto composte, raffinate, espressive dei sentimenti che la
pervadono, mentre quelle della parte sovrastante risultano statiche,
inespressive e prive di quelle caratteristiche che suscitano nello
spettatore ammirazione e partecipazione emotiva. A ciò si aggiunga, per
quanto riguarda il Cristo, come la figura non manifesti i segni di una
pregressa vita; il piegamento del corpo non è naturale e mancano
totalmente i segni della sofferenza e della morte; in particolare, poi, la
posizione del braccio sinistro è innaturale, in quanto avrebbe dovuto
configurarsi in un senso di maggiore abbandono nel momento della
schioviazione. Voglio in
sostanza affermare tra i due blocchi un diverso pregio artistico. La
diversità della tecnica e della capacità creativa può essere rilevata
ancora dal confronto delle figure dei due monoblocchi:
quelle in alto sono un po’ schiacciate, quasi tozze, a differenza
di quelle della bellissima composizione sottostante, che rappresenta il
conforto delle donne a Maria Santissima, sul cui volto traspare un soffuso
composto dolore. Anche le donne consolatrici hanno espressioni dolci,
raffinate tanto da far pensare che effettivamente questa parte sia stata
scolpita da Giovanni Da Nola, del quale il citato Sergio ci fa sapere che
aveva preso contatti con gli artisti che avevano maggiore risonanza in
Italia. Oltre ad avere conosciuto il Bandinelli, il Montorsoli, il
Sansovino ed il Ricci, conobbe a Roma anche Michelangelo, con il quale,
con molta probabilità, ebbe frequenti contatti e, quindi, conoscenza
delle sue tecniche operative. Non penso che
la mia sia una tesi peregrina, ma che possa essere utilizzata per un più
attento esame di questo
capolavoro polistenese del 500, periodo questo così avaro in Calabria di
grandi tesori d'arte. (*) pubblicato in CALABRIA SCONOSCIUTA, Anno XXVIII, n.105, Gennaio-Marzo 2005, pp. 52. |