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Cesare Pavese nella Letteratura Calabrese* |
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di Giovanni Russo |
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Sollecitato dal carissimo Prof. Domenico De Maio che, da
anni, ormai mi onora della sua amicizia, non mi sono potuto sottrarre
alla responsabilità di offrire il mio modesto contributo a questo
Simposio, pur non essendo uno specialista della materia. Pertanto, l’intervento non si propone di offrire un
disegno articolato e completo sullo stato degli studi riguardanti
l’annuncio del titolo; tuttavia,
tenterò di presentare materiale significativo, in parte certamente già
noto agli addetti ai lavori. Alla scarsa attenzione rivolta in Calabria, tra il 1936 e
gli anni ’60, alla circostanza singolare del confino di Pavese a
Brancaleone, vuoi per il particolare momento politico, vuoi per la
mancanza di organiche trattazioni di storia letteraria calabrese,
rimedia, in questi ultimi vent’anni, il cominciare ad avvertire una più
attenta coscienza critica che rappresenta uno dei modi con cui la
letteratura e la cultura regionale si avvicinano alla letteratura e alla
cultura della nazione. Ad occuparsi di Pavese, prima di ogni altro calabrese, fu
Mario Alicata[1],
il politico calabrese redattore della Casa Editrice Einaudi, di cui
dirigeva la sede romana, che in Oggi
del 1941, sottolineò, tra l’altro, come in “Lavorare stanca affiorano in ogni istante l’affettazione di un piglio spavaldo e
sbarazzino, e il compiaciuto turgore d’un proprio estroso
romanticismo: affiora in ogni istante il vagheggiamento d’una vita
vagabonda e oziosa che è poi la vita degli uomini dal sangue caldo, dal
largo riso, dai singhiozzi che squassano il petto, dalla carne
accesa”. Di Davide Lajolo cui, nel 1961, venne assegnato il Premio
“Crotone” per il volume “Il
vizio assurdo” del 1960, varrà ricordare l’articolo
sull’Almanacco Calabrese[2],
del 1968, dal titolo: Cesare
Pavese in Calabria, che può essere considerato il primo contributo
alla conoscenza della permanenza forzata del Pavese a Brancaleone,
ricostruito sulla scorta delle lettere, del diario, ma anche delle
confessioni fatte dal grande poeta e narratore all’amico. “Ho
un ricordo di lui vivo – così il Lajolo – della
nostra amicizia, delle confidenze che riottosamente mi faceva…il
periodo del confino ha aperto la ferita che non si doveva chiudere più…”
anche se “Sia il paesaggio della
Calabria, sia quell’anno di confino, sia quel mare, Pavese li portò
con sé per il resto della sua vita”. All’epoca dello scritto del Lajolo, la Calabria non aveva
ancora una storia organica della letteratura calabrese. Solo nel 1965,
la realizzò Antonio Piromalli[3]che,
in anni più recenti, la ripropose con due edizioni rivedute ed
aggiornate, in una delle quali, (l’ultima[4],
del 1996), non manca di sottolineare come Pavese non può essere
considerato un “neorealista” alla maniera dei neorealisti del
secondo dopoguerra che si caratterizzarono per : antifascismo,
restistenza, coscienza della storia, dei rapporti dell’individuo con
la realtà, la comunità, il lavoro e la classe, inquadrando, in tale
contesto, Fortunato Seminara, lo scrittore de “Le Baracche”. Uno dei primi timidi tentativi di affrontare, in Calabria,
l’argomento Pavese, può essere considerato quello di Francesco Bruno[5]
che, nella sua Letteratura
Meridionale, del 1968, in un breve flash, definiva Vittorini e
Pavese i primi giovani scrittori che, interpretando le opere straniere,
posero l’accento sul fatto che il realismo americano mirava a scavare
nel profondo della coscienza e a trarre fuori i sentimenti intimi,
intrecciandoli fra loro e incanalandoli secondo una direzione precisa:
perché gli uomini recano un messaggio segreto, che soltanto i poeti
riescono a captare e a fermare nel prospetto di un linguaggio nativo,
orfico, emblematico. La sintassi dei narratori d’oltre oceano era
semplice ed efficace. Vittorini e Pavese dettero un senso e uno spessore
morfologico a quella sintassi, che impegnava lo spirito in una ricerca
lineare e approfondita delle passioni umane e sociali, come si
sgomitolavano e rivelavano all'attenzione dei lettori dei nostri giorni
difficoltosi. Secondo Bruno, fu proprio l'esperienza letteraria vissuta
a contato della narrativa americana che favorì il determinarsi e
dipanarsi, in Vittorini e Pavese, della norma personale di un realismo,
che assumeva toni e accenti lirici inconsueti. Come narratori,
introdussero sì un dialogo di marca strettamente anglosassone, ma
aggiunsero di loro individuale contributo una sofferenza sotterranea, a
carattere esistenzialistico. Anche per Antonio Piromalli[6],
in Studi sul Novecento (del
1969): “Pavese aveva trovato nell’impegno umano e politico il legame
con la società e realtà”. Assieme a Pivano, Lajolo e Bianucci, ancora un altro
calabrese di Gerace, Paolo Cinanni[7],
nel 1970, affronta il caso Pavese, mentre, nel 1973, F. Furci[8]
pubblica sulla rivista “Contenuti”: Pavese
in prospettiva. Non manca di sottolineare, Pasquino Crupi[9],
nella sua Storia tascabile della
letteratura calabrese (del 1977), come anche Lorenzo Calogero, altro
grande poeta calabrese suicidatosi nel 1961, si sia nutrito di letture
dei testi, oltre che d’autori stranieri (Holderlin, Novalis, Rilke,
Rimbaud, Mallarmè, Pound ed Eliot), anche di quelli di poeti italiani:
Ungaretti, Montale, Gatto, Sinisgalli, Luzi, Betocchi, Campana,
Quasimodo e, naturalmente Pavese. Solo in anni relativamente recenti una parte della schiera
di critici calabresi sembra aver preso atto dell’importanza della
figura di Pavese. Nella sua esemplare esegesi dell’opera dello
scrittore di Santo Stefano Belbo, Giuseppe Neri[10],
prima Ordinario di Letteratura italiana negli istituti superiori ed oggi
Professore utilizzato di Letteratura italiana moderna e contemporanea
presso l’università di Messina, nonché Preside del Liceo Classico di
Nicotera, sua città, con il saggio: Cesare
Pavese e le sue opere, (del 1977), che è il primo volume
apparso in Calabria sull’argomento, ha cercato di dare una visione
unitaria e accurata delle opere fondamentali del Pavese “engagé” e,
attraverso una serie di lettere e di documenti inediti, ha ricostruito
la figura dello scrittore assieme alle sue inquietudini, alle angosce,
ai mutamenti politici, alla ricerca esasperata del suicidio. Non esitò,
allora, il Prof. Antonio Piromalli a definire lo studio di Neri su
Pavese, “il più informato che esiste”. Nel volume, ampiamente
recensito dalla stampa locale e nazionale, mancò, però, la trattazione
della ricostruzione del periodo trascorso da Pavese a Brancaleone, tra
l’agosto 1935 e Marzo 1936. Nell’articolo “Autobiografia
calabra di Pavese” (pubblicato sulla Gazzetta del Sud[11],
nel 1977), lo stesso Neri prende in esame Il
Carcere, racconto delle insoddisfazioni, per sostenere come “la
metafisica di questo lavoro finisce col tenere conto delle dimensioni
dell’esistenza divenendo oggetto emblematico dell’esperienza
quotidiana” e come “il
protagonista fa l’esperienza dell’assurdo ma poi ritiene più giusta
la condizione di una società che valuti la dignità di una persona”. E’ ancora Giuseppe Neri che, nel 1978, sul Giornale
di Calabria[12]
affronterà, in un nuovo articolo, il tema: Pavese
e le liriche dal confino calabro. Saltando nel tempo, dobbiamo registrare la vigile attenzione
di Pietro Pizzarelli che, nella sua “Critica alla poesia del Novecento[13]”,
pregiata rassegna panoramica edita nel 1979, trova in Pavese “una
coerente, forte, tematica, solo apparentemente contenuta e dimessa,
forse non troppo varia, ma molto ricca di significati, di suggestioni,
di motivi, certo più drammaticamente sofferta, serrata nella morsa
dell’ansia e dell’angoscia esistenziali, più lacerata e più
lacerante nelle contraddizioni fra civiltà contadina e società
industriale, fra destino e libertà, fra prepotenza e giustizia, fra
l’innocenza infantile e l’egoismo dell’uomo, fra un acceso bisogno
d’amore e l’impossibilità di viverlo, fra la consapevolezza
d’essere soli in stato di necessità, di fallimento, di
incomunicabilità e l’irrefrenabile spinta verso la comunità sociale
e verso un approdo di fede (una tematica, quindi, messa in crisi, posta
in bilico tra gli istinti irrazionali e gli impulsi di ragione, tra
l’interiore sentimento, che è struggente ansia di bene, ruggente moto
del cuore, volontà di partecipazione agli eventi del mondo, e
l’esteriorizzarsi delle manifestazioni e delle vicende della società
con le sue lacerazioni, le sue guerre disumane, le sue vecchie
strutture, i pregiudizi di sempre e le speranze nuove). Sempre per
Pizzarelli, il Pavese, sollecitato
da un’esigenza di equilibrio tra momento lirico e stesura narrativa,
non suggestionato dalle poetiche della parola, della lirica pura, dalle
analogie, del magismo, del simbolismo, del futurismo, del
crepuscolarismo, del frammentismo, dell’ermetismo imperante che aveva
assunto, più spesso, il significato di un comodo disimpegno letterario
e borghese contrabbandato come presa di posizione politica a sfondo
antifascista, ma neppure irretito dalla tradizionale cultura
provinciale, retorica, barocca, classicheggiante, o dall’altra sua
dimensione sdolcinata, leziosa, falsamente elegiaca e piagnona, Cesare
Pavese persegue senza tentennamenti, da solo, il suo lavoro
tecnico-artigianale, il suo mestiere di poeta, pur nel comprensibile
contrasto di sentimento e di ragione, di consapevolezza critica e di
fede in qualcosa, in qualcuno (la campagna, la città di Torino, la
donna, gli amici, il partito) anche se tutto, se tutti, al limite, lo
deluderanno…… Il lavoro, le vicende, le vicissitudini di Pavese – per
Pizzarelli – il suo destino di uomo, il suo mestiere di letterato, fanno tutt’uno
in lui, nel suo mondo poetico: il suo stile è perciò la sua stessa
vita, la consapevolezza etica, la necessità di vedere chiaro nelle
cose, di ricondurre tutto nell’ambito d’una lucida e robusta
razionalità, nel contesto d’una esistenza umana che, se non è
libera, se non ha possibilità di scelte varie, resta tuttavia arbitra
del proprio destino ed è quasi naturalmente portata ad accettare la
propria sofferenza e la propria condizione, realizzando così, meglio,
la dignità e la forza dell’uomo, la sua supremazia sulle cose e la
sua terrena divinità”. Questo è il messaggio che Pavese, secondo Pietro Pizzarelli,
ha affidato al suo originale e personale registro poetico, non semplice
e facile, come potrebbe sembrare a prima vista, in quella stesura
narrativa, distesa e chiara, della parola essenziale, ossuta, precisa,
capace di rispecchiare le cose, di esprimere la realtà, di
identificarsi con essa. Ribellione e rassegnazione non supina, non
cieca, ma illuminata e stoica, immaginazione, spinta talvolta al limite
della fiaba, e crudo dato di cronaca, fatto brutale, motivi rasserenanti
e male di vivere, pena di uomini e di cose, malinconia acre, diffusa, e
momenti di gioiosa serenità, di commozione infantile, di trasalimenti
lirici felicemente inseriti nel contesto d’una situazione fisica e
umana, realisticamente spoglia, amara e brutale, costituiscono un
groviglio di elementi, di fatti, di passioni, di emozioni, di figure
indimenticabili, di paesaggi precisi, plasticamente vivi; un groviglio
narrativo di uomini, cose, eventi, proiettati unitariamente verso un
ineluttabile destino, verso uno svolgimento dialettico di
chiarificazione, di completamento naturale della propria esistenza, in
uno sforzo gnoseologico ed etico di perfezionamento, di riscatto civile
e sociale dell’uomo, capace perciò di preparare, di accettare, la
propria condizione e la propria sorte, quivi compresa la fatalità della
morte. Nel 1981, è la voce di un altro critico calabrese, Vincenzo
D’Agostino, autore di due volumi critici: Civiltà Letteraria del
Novecento[14],
a pronunciarsi nei riguardi di Pavese. Oltre ad una scheda biografica,
D’Agostino affronta i temi del dramma, i miti ricorrenti, la carriera
artistica, le opere, l’ultimo Pavese, posando nuovamente l’accento
sull’ideale della poesia-racconto: quella
che non chiude in sé il senso di un’astratta e remota pietà, bensì
una concreta partecipazione alle pene e alle gioie dell’uomo, ed ha un
suo preciso significato autonomo a causa della resistenza al trionfo
(tutto novecentesco) della poesia come lirica. Ecco il perché della sua
collaborazione in una linea di sperimentalismo realista. Bisogna,
comunque, intendersi sul realismo di Pavese e sul presupposto
oggettivismo che sembra essere alla sua base: puntare sull’oggettivo
non significa soltanto liberarsi dalle prevaricanti seduzioni
dell’”io” (con i relativi precipitati : effusione,
sentimentalismo, intimismo morboso) ma anche, e soprattutto, riscoprire
l’altro da sé, aprirsi all’”alterità”, dar luce
all’”essere tragico” dell’uomo umanità, raccontandone la realtà
che non esclude la surrealità, il sogno, le zone sensibili e
vertiginose dell’inconscio”….”Con Pavese si ha la riscoperta
della realtà nella sua dura e dolorosa concretezza, per forza di
un’ispirazione che trova un fecondo stimolo nella letteratura
americana non meno che nella fedeltà alla sua terra e nel fervido
interesse umano per la sua gente”. Anche Anna Vincenza Aversa, nel suo volume “Dopoguerra
calabrese : cultura e stampa 1945/79[15],
edito nel 1982, si sofferma brevemente su quel Pavese che “ha sempre avuto l’intento di rappresentare una realtà in movimento
con tutti i contorni del dolore; e dall’altra parte, ha sempre cercato
un motivo di vita negli aspetti nascosti degli uomini e delle cose,
cogliendo oggetti come esseri : cioè nella loro essenzialità...”. In Come visse al
confino Cesare Pavese[16]
e in Cesare Pavese e la Calabria[17],
due scritti di Mario La Cava, il primo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1982 ed il secondo ripubblicato in
un’antologia di scritti calabresi, a cura di Vincenzo Pitaro, nel
1995, l’indimenticabile scrittore di Bovalino, autentica voce di
grande calabrese, punta a fare emergere i termini del raffronto tra la
testimonianza dell’esperienza Pavese e i dati della meditazione
storica della realtà calabrese. Le osservazioni di Pavese, secondo La
Cava, “indipendentemente dalla loro valutazione estetica, si possono
benissimo isolare per dare idea di un giudizio, che se non è quello
complesso di un sociologo, è sempre quello di un poeta, dotato di senso
critico penetrante. Non dice cose che non si sapessero, ma le dice con
un accento originale. Chi, tra i calabresi, le legge è portato ad
apprezzarle per l’aiuto che egli dà a comprendere meglio la propria
regione. Per non dire che servono bene a illustrare il punto di vista
dal quale si mettono i settentrionali…quando parlano delle cose del
Sud”. Scegliendo di privilegiare la presenza di Pavese in
Calabria, il giovane giornalista di Siderno, Enzo Romeo, con il saggio
del 1986 : La solitudine
feconda : Cesare Pavese al confino di Brancaleone 1935-1936[18]
, demolisce, attraverso un resoconto stringato ed essenziale, la tesi
canonica del Pavese ostile ed estraneo all’ambiente ed alla cultura
calabrese. Come cronista serio ed attento, Romeo rivisita il vissuto
calabrese di Pavese con pazienza certosina. L’autore non cerca lo
scoop a tutti i costi, ma ripulisce il selciato dei luoghi comuni, o
comunque ci tenta con grande onestà. Leone Piccioni, infatti, nella
breve presentazione al libro, non manca di marcare che “Dalla
ricerca emerge infatti chiarissima, non senza un’inflessione di
legittimo orgoglio meridionale, l’incidenza della civiltà greca di
Calabria sull’evoluzione interiore dello scrittore piemontese. Tale
incidenza ebbe praticamente a risolversi in un sostanziale acquisto di
sensibilità e di cultura, destinate a rivestire una primaria importanza
per il futuro autore dei Dialoghi con Leucò, non
a caso il libro che l’autore ebbe più caro”. E’ lo stesso
Romeo che, nelle conclusioni del libro, ricco di documentazione e di
foto, oltre a sottolineare che il confino in Calabria ha
rappresentato un momento importantissimo nella parabola letteraria
pavesiana, respinge con forza l’assunto dell’antropologo Luigi
Lombardi Satriani che in un articolo di Paese
Sera aveva affermato categoricamente che la Calabria non aveva
suscitato la curiosità di Pavese che, anzi, era rimasto
fondamentalmente estraneo ed ostile alla sua realtà. Di Pier Franco Bruni è quel tascabile : Cesare
Pavese : Interventi [19]edito,
nel 1986, per le edizioni Pellegrini, mentre di Antonio Piromalli è la
scheda su Pavese nella : Storia della letteratura italiana[20]
del 1987. Più proficuo, dal punto di vista documentario, appare il
nuovo lavoro di Giuseppe Neri, del 1989, : Cesare
Pavese in Calabria : con un’appendice di documenti d’Archivio[21].
In esso, Neri, presentando una sfilza di documenti, quasi tutti in
facsimile, colma quel vuoto che, nel 1977, si riprometteva di studiare
con molta attenzione. “Scoprire
gli inediti, - così il Neri - leggere
tra le righe delle lettere il suo animo, non è stato facile, perché il
confino è stato preceduto ed accompagnato da una serie di documenti
delle Regie Questure del tempo, quelle di Reggio Calabria, di Torino, di
Roma; di rapporti scritti; di certificazioni che rivelano pure lo
spaccato di una storia del tempo, o, se vogliamo, la storia particolare
di un periodo difficile per l’Italia che vede quale protagonista la
piccola borghesia, l’uomo-in-divisa, che detiene il destino degli
intellettuali antifascisti”. Il capitolo relativo ai confinati
politici e, nella fattispecie Cesare Pavese, Neri lo riproporrà, nel
1992, ne “Il Corriere Calabrese[22]”,
arricchendolo di ulteriori note. A riprendere il problema dell’influenza americana sul
nostro poeta, coinvolgimento che avrà termine proprio quando il mito di
quella società e tutto ciò che questo rappresenta crolleranno, ritorna
Maria Curti, nel 1990, con l’articolo “L’America
come “alternativa” negli anni del fascismo per Pavese e Vittorini[23]. Una rilettura, invece, dei testi pavesiani con alcune felici
intuizioni critiche può essere considerato il saggio, del 1991, di
Giovanni Carteri[24]:
Al confino del mito (Cesare
Pavese e la Calabria). E’ un lavoro che mette al riparo
le reliquie di un capitolo biografico che prima si presentava, in un
certo senso, lacunoso e incerto. Molto significativo anche il capitolo
“I luoghi della memoria”, ricco di descrizioni e di documentazione
fotografica di Brancaleone all’epoca della presenza di Pavese. Sempre di Carteri, secondo cui la parola ferma e asciutta di Pavese deve far riscoprire l’orgoglio
sano della “calabresità”, impregnata delle voci, degli odori di una
“terra dura” che si ostina a non voler morire, è l’altro
saggio, del 1993, : Fiori
d’Agave : Atmosfere e miti del sud nell’opera di Cesare Pavese[25].
In questo studio, Carteri fa dell’esperienza del confino a Brancaleone,
un nodo centrale dell’esperienza umana ed espressiva di Pavese che
proprio a contatto con la Magna Grecia e con lo Jonio di Ulisse intuì
la possibilità di uscire dal “descrittivismo” e di passare dai
versi alla prosa. Pasquino Crupi[26],
nella sua Storia della letteratura
calabrese : autori e testi (del 1997), nel richiamare l’attenzione
su Domenico Zappone, giornalista e scrittore di Palmi di Calabria,
suicidatosi il 5 Novembre del 1976, fa rilevare come “Dal
piccolo osservatorio di Palmi con il collo lungo, come la giraffa,
Domenico Zappone si sporge verso gli scrittori americani, in primo luogo
Ernest Hemingway e Arthur Miller e verso gli scrittori italiani,
principalmente Elio Vittorini, Cesare Pavese”; Per concludere questa affrettata ed incompleta panoramica,
mi corre l’obbligo di segnalare, infine : - la recente pubblicazione (Febbraio 1999), di
Giosafatto Pangallo : Narrativa dell’utopia (I.Silone, E.Vittorini, C.Pavese)
[27].
Quanto a Pavese, l’analisi del Professore di Taurianova, così si
articola : Dati biografici e svolgimento dell’opera; Le opere; La
produzione poetica; Compendio delle opere; Traduzioni di Cesare Pavese;
Studi su Cesare Pavese e Bibliografia. Anche se destinata alle scuole
della Calabria, non si tratta di una raccolta antologica per le scuole
scelta a caso che va ad aggiungersi ai tanti eterogenei prodotti offerti
dall’editoria scolastica, ma è frutto di una precisa volontà che è
quella di divulgare, tra i giovani, l’opera dei tre e, quindi, di
Pavese ma anche di avvicinare tre
autori tra loro molto vicini per le loro esperienze biografiche e
culturali, tutti e tre molto impegnati, tutti e tre passati attraverso
una drammatica esperienza di sinistra : simili e insieme diversi, che
permettono di confrontare tra loro protagonisti della nostra più
recente produzione letteraria, con possibilità di raffronti che la loro
stessa presenza giustifica. L’analisi
risulta puntuale e ad essa rinvio per la conoscenza dei motivi e modi
relazionali. Le Edizioni
Periferia di Cosenza, per l’occasione, fanno omaggio al Centro Studi
di una copia del volume di Pangallo. - L’imponente
lavoro di Monica Lanzillotta[28]
: “Bibliografia pavesiana
“, edito sotto l’egida dell’Università degli Studi della
Calabria, nel 1999. Nonostante i
limiti del lavoro compiuto e qui presentato, contro la vastità della
problematica ancora in piena evoluzione, il prendere coscienza, da parte
di saggisti calabresi, del tesoro prezioso dei valori corrispondenti
allo studio dell’indelebile traccia lasciata in Calabria
dall’illustre langarolo, ha il significato della riappropriazione dei
valori che, di fronte al progressivo dissolversi di ogni identità,
individuale e collettiva, di fronte alla ricerca di un nuovo modo di
essere la civiltà del futuro, sono da reinventare ogni giorno come
memoria, come stimolo, come orgoglio. [1] In Oggi del 19 Luglio 1941. [2]Davide Lajolo, Cesare Pavese in Calabria, in Almanacco Calabrese 1968, pp-53-61. [3] Antonio Piromalli, La letteratura calabrese. Cosenza : Pellegrini, 1965. [4] Antonio Piromalli, La Letteratura calabrese, Vol.2°. Cosenza : Pellegrini, 1996, p.276. [5] Francesco Bruno, Letteratura Meridionale, Cosenza : Pellegrini, 1968, pp.317-318. [6] Antonio Piromalli, Studi sul Novecento, Firenze : Olschki 1969, p..227. [7] In Cesare Pavese , Asti : Istituto Nuovi Incontri, 1970. [8] In Contenuti, Anno V, n.9-12, Sett.-Dicembre 1973. [9] Pasquino Crupi : Storia tascabile della letteratura calabrese. Cosenza : pellegrini, 1977, p.92. [10] Giuseppe Neri, Cesare Pavese e le sue opere, Reggio Calabria : Parallelo 38, 1977. [11] In Gazzetta del Sud, Martedì 20 Settembre 1977, p.3. [12]
In Giornale di Calabria del 26
Febbraio 1978. [13] Pietro Pizzarelli, Critica alla poesia del Novecento, Cosenza : Pellegrini, 1979, pp. 259-261; [14] Vincenzo D’Agostino, civiltà letteraria del Novecento, Vol. I e II, Chiaravalle Centrale : Frama Sud, 1981. [15] Anna Vincenza Aversa, Dopoguerra calabrese, cultura e stampa : 1945/79. Cosenza : Pellegrini, 1982, pp. 100-101. [16] In Corriere della Sera del 29 Dicembre 1982. [17] Mario La Cava : Cesare Pavese e la Calabria, in Antologia di scritti calabresi di Vincenzo Pitaro. S.l. : L’Altra Calabria Editrice, 1995, pp. 125-131. [18] Enzo Romeo, La solitudine feconda : Cesare Pavese al confino di Brancaleone 1935-1936. Cosenza : Progetto 2000, 1986. [19] Pier Franco Bruni : Cesare Pavese : interventi. Cosenza : Pellegrini, 1986. [20] Antonio Piromalli : Storia della letteratura italiana. Cassino : Garigliano, 1987, pp.523-524. [21] Giuseppe Neri, Cesare Pavese in Calabria : con un’appendice di documenti d’archivio. Marina di Belvedere : Grisolia, 1989. [22] Giuseppe Neri, Il fascicolo sui confinati politici : Cesare Pavese, in Il Corriere Calabrese, n.3, Luglio-Sett.1992, pp. [23] Anna Curti, L’America come “alternativa” negli anni del fascismo per Pavese e Vittorini, in Periferia, n.37, Gennaio-Aprile 1990, pp.3-12. [24] Giovanni Carteri, Al confino del mito (Cesare Pavese e la Calabria). Soveria Mannelli : Rubbettino, 1991. [25] Giovanni Carteri, Fiori d’Agave : Atmosfere e miti del Sud nell’opera di Cesare Pavese. Soveria Mannelli : Rubbettino, 1993. [26] P. Crupi : Storia della letteratura calabrese : Autori e Testi., v. IV. Cosenza : Periferia, 1997, p. 117. [27] Giosofatto Pangallo : Narrativa dell’utopia (I. Silone, E. Vittorini, C. Pavese). Cosenza : Periferia, 1999, pp.159-234. [28] Monica Lanzillotta : Bibliografia pavesiana. Rende, Centro editoriale e Librario- Università degli Studi della Calabria, 1999.
(*) Contributo per il simposio del 22.10.1999 tenuto a Santo Stefano Belbo (CN)
Resoconto della manifestazione apparso su Cittàmia, Anno I n.5, Settembre/Ottobre 1999.
A proposito di
“ Le langhe in Calabria, La Calabria nelle langhe” Questo
è il tema di un simposio che si è tenuto Venerdì 22 Ottobre, nella Sala del
Consiglio Comunale di S. Stefano Belbo (CN), paese di nascita del poeta e
scrittore Cesare Pavese, alla presenza di un folto pubblico accorso anche
perché, nella stessa serata, è stata conferita, all’unanimità, dal
Consiglio Comunale riunito in seduta straordinaria, sotto la presidenza del
Sindaco, Dr. Luigi Ciriotti, al Prof. Neil Johnson, docente di neuropatologia
all’Università del Lancashire (Gran Bretagna), nonché grande appassionato
delle Langhe e di Cesare Pavese ed al Tenente Colonello della Guardia di
Finanza Rodolfo Mecarelli, attualmente in servizio al comando del nucleo
regionale di Milano che, nel 1994, allorquando vi fu un terribile alluvione
che danneggiò seriamente i libri e i manoscritti di Pavese, si adoperò con
tutte le sue forze per il salvataggio degli stessi e organizzò il trasporto
degli stessi, in elicottero, da S.Stefano all’Istituto centrale per la
patologia del libro di Roma per il restauro.
Ad entrambi, secondo le motivazioni esposte dal Sindaco ai consiglieri,
fu riconosciuta l’importanza delle rispettive e diverse esperienze a
contatto con la popolazione e con il territorio delle langhe tanto amate da
Cesare Pavese. I
ringraziamenti dei due nuovi cittadini santosfefanesi, quelli di Johnson
tipicamente infarciti dell’immancabile humor inglese e quelli di Mecarelli
ricchi di profonda umanità e commozione, sono stati sottolineati da
scroscianti applausi dal pubblico presente. Alla manifestazione partecipò
l’Assessore Regionale ai Beni culturali, Dr. Leo, che non mancò di plaudire
all’iniziativa e di precisare che anche lui, in quel momento, era un
“calabrese nelle langhe”, in quanto calabrese di Catanzaro. E,
nel ricordo dei sette mesi durante i quali Pavese fu confinato a Brancaleone,
in Calabria, che il Comune di S. Stefano Belbo ed il Centro Studi Cesare
Pavese, con la collaborazione instancabile del Prof. Domenico De Maio,
Primario emerito di Psichiatria all’Ospedale “Fatebenefratelli” di
Milano, ma polistenese di nascita, hanno organizzato il simposio che vide
protagonisti della serata il Dr. Gabriele Quattrone, Giornalista e Primario
neurologo dell’Ospedale di Reggio Calabria, nella funzione di Moderatore, lo
stesso Sindaco, Dr. Ciriotti che, non mancò di richiamare alla memoria
l’immancabile e tipica ospitalità riservata, nel 1998, dalle istituzioni
civiche e scolastiche, nonché dalla popolazione di Brancaleone, alla
delegazione di S. Stefano Belbo che si recò nel paese jonico calabrese ove,
si diede vita ad una serie d’imponenti manifestazioni per il 90°
anniversario della nascita dello scrittore langarolo e si sancì il
gemellaggio tra le scuole medie delle due cittadine. “Cesare
Pavese e la Calabria” fu il tema affrontato dal Dr. Franco Vaccaneo,
instancabile protagonista del Centro Studi Cesare Pavese, nonché saggista
letterario che ha al suo attivo numerose pubblicazioni non solo relative a
Pavese ma anche a Fenoglio ed altro. Vaccaneo mise in evidenza il periodo
compreso tra il 1935 ed il 1936, allorquando Pavese, confinato a Brancaleone,
scrisse “Il mestiere di vivere”, “Lavorare stanca”, organizzò la
stesura de “Il Carcere” e
trasse ispirazione per il romanzo “Fuoco grande”. Secondo Vaccaneo, a
Pavese, nonostante le difficoltà del disadattamento, quella terra calabra,
ricca di grecità e di valori, non
mancò, in fondo, di lasciare una
traccia indelebile che ripropose in molte sue opere poetiche e narrative. Giovanni
Russo, Direttore della Biblioteca Comunale di Polistena, che diversi
polistenesi nelle langhe sono accorsi a salutare, con “Cesare Pavese nella
letteratura calabrese”, ha fatto
il punto sullo stato degli studi affrontati da critici letterari calabresi
relativamente alla presenza del langarolo in Calabria, mettendo in evidenza i
contributi di M. Alicata, F. Bruno, P. Cinanni, P. Crupi, G. Neri, P.
Pizzarelli, V. D’Agostino, A.V. Aversa, M. La Cava, E. Romeo, P.F. Bruni, M.
Curti, G. Carteri, G. Pangallo e M. Lanzillotta.
Russo ha poi consegnato al Sindaco perché lo inserisse nella serie dei
volumi del Centro Studi Cesare Pavese, e per conto delle edizioni Periferia di
Cosenza, il volume di G. Pangallo : Narrativa dell’Utopia (I. Silone, E.
Vittorini, C.Pavese), Cosenza 1999. Fece
seguito l’intervento del Dr. Giovanni Ruffo, medico a Milano e studioso di
problematiche calabresi, nonché autore del recente volume “Il Cardinale
rosso” e coautore assieme al Prof. Domenico De Maio, del volume “Il
Cardinale Fabrizio Ruffo tra psicologia e storia : l’uomo, il politico, il
sanfedista”, che ha trattato “Il sanfedismo tra giacobini e piemontesi. Il
Prof. Domenico De Maio, calabrese
di Polistena, concluse le relazioni del simposio con il brillante tema “
Alla ricerca di una nuova identità : il calabrese nelle Langhe” . La
relazione di De Maio, ricca di suggestive interpretazioni psicologiche ed
antropologiche relativamente alle presenze calabresi in terra langarola e non
solo, fu accolta da scroscianti
applausi e dai ringraziamenti
rivoltigli dal sindaco, Dr. Luigi Ciriotti che, per l’occasione, offrì un
ricco rinfresco cui seguì , per gli ospiti, una lauta e raffinata cena con
degustazione dei famosi vini “Boffa”, magistralmente illustrati, di volta
in volta, direttamente da Alfiero Boffa. Grandi
accoglienze, quindi, ai calabresi e alla Calabria cui Santo Stefano Belbo, per
via di Pavese, si sente vicino.
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