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Sen. Antonio Papalia |
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Biografia* |
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di Flavio Zanonato
L’infanzia Papalia la passa a Polistena e li si imprime in lui, indelebile, l’amore per la sua terra di cui non si scorderà mai. Anche i suoi conterranei non lo dimenticheranno, anzi lo festeggiano felici, qualche anno fa in occasione di un suo ritorno, perché lo sentono un paesano importante e fedele. I vecchi addirittura lo ricordano voce bianca solista nel coro della cattedrale. A dieci anni raggiunge il padre al nord, nella Liguria più ricca ma ostile, ed inizia così una seconda fase della sua vita; una vita dura in principio per un meridionale, per un terrone come lo chiamano all’inizio i suoi coetanei che assorbono il razzismo che il fascismo alimenta. Ma Papalia, anche se qualche volta, pieno di amarezza, rimpiange la sua terra le sue radici la sua gente, con la sua intelligenza e la sua simpatia conquista gli altri ragazzi ne diventa anzi il capo. Finite le scuole medie non ci sono i soldi per farlo studiare e deve trovarsi un lavoro. Lui non si arrende, studia di sera, vuole diplomarsi maestro, ha una grande sete di conoscenza, di cultura, una grande voglia di capire e di fare non solo per sé. A 16 anni con un gruppo di giovani, che con lui si definivano anarchici, scrive sui muri di Ventimiglia contro la dittatura, per la libertà. Ed è con questi giovani che discute con passione della nuova società da conquistare e discute con i vecchi socialisti, come suo padre. La politica che è per lui tutt’uno con i grandi ideali di giustizia e di libertà lo avvince, lo conquista. Sempre studiando di sera si diploma maestro ma non fa a tempo a trovare un posto con il suo nuovo titolo; la guerra infuria chiede altra carne, viene richiamata la classe del 24, la sua. Antonio non ci sta; scappa, si nasconde; nel gennaio del 45 è arrestato dai tedeschi, portato nelle carceri di Migliarina a La Spezia tenuto in ostaggio. Nell’aprile viene liberato dai gappisti e partecipa alla liberazione di La Spezia. Nel ’46 è soldato a Roma alla Cecchignola, è l’anno della vittoria della Repubblica. Papalia è iscritto al PRI, è un repubblicano “storico”, legato alla lezione della sinistra Risorgimentale che aveva conosciuto nei libri studiando da autodidatta. Organizza i suoi commilitoni perché vuole festeggiare il 2 giugno, non è facile convince i vecchi ufficiali ancora legati ai Savoia ma ce la fa e con i camions dell’esercito lui, i soldati della sua caserma vanno in piazza con il popolo di Roma a gustare la nuova grande conquista. Finito il militare non c’è ancora posto per lui nella scuola e va a fare il lavapiatti in Svizzera in un grande collegio di lusso. Non si sente umiliato per questo. Anche qui approfitta della situazione per conoscere, per imparare ma anche per esporre e per difendere le sue idee. Agli studenti, agli stessi docenti piace discutere con lui perché è colto e preparato. Tornato a Ventimiglia nel ’50 e maturato politicamente si è convinto che una società più libera, più giusta non si può costruire senza eliminare lo sfruttamento; ha letto Marx e Lenin: ne è rimasto affascinato, si iscrive al Partito Comunista. Nel 51 per un breve periodo riesce a fare finalmente il maestro e contemporaneamente si impegna con grande passione nel lavoro di partito e nella campagna elettorale per le amministrative di quell’anno. E’ in quel periodo che Alessandro Natta, nostro segretario nazionale allora segretario della federazione di Imperia, gli chiede di diventare funzionario; Antonio accetta subito pur sapendo che lascia un posto sicuro per un lavoro incerto e mal pagato: ma lavorare a tempo pieno per il partito è la sua grande vocazione, la sua scelta di vita. E’ Natta il suo vero maestro, da lui apprende un metodo rigoroso di lavoro, uno stile che lo caratterizzerà per sempre. Di Natta è grande amico, un’amicizia che non si è interrotta più. Responsabile della zona di Sanremo, segretario provinciale della FGCI di Imperia, responsabile dell’organizzazione di quella federazione, in ogni ruolo si fa stimare e dimostra di essere un quadro di valore. E’ nel 57 che avviene il fatto che lo porterà a Padova: al Festival mondiale della gioventù, a Mosca, conosce Luciana e in poco tempo decidono di sposarsi ed è Antonio che viene a Padova dopo il matrimonio dell’ottobre ’58. Lui non pretende – come funzionario – un “trasferimento”; sa che i trapianti forzati non riescono, che le federazioni sono gelose, temono gli esterni, ed è una federazione difficile quella padovana; sa anche però che il Partito riconosce i compagni di valore.
Nel ’60 è il responsabile della commissione di massa e del lavoro nelle fabbriche. Inizia così l’ultima, forse la più importante fase della vita di Antonio, dirigente comunista padovano. Sarà il compagno Busetto, suo amico oltre che dirigente regionale, a ricordare fra poco il Papalia degli anni ’60 nella nostra federazione e la sua battaglia per difendere la linea politica del partito contro il gruppo di “Viva il leninismo”. E ancora il prezioso lavoro da lui svolto al regionale del Partito dal 75 al 79 quando fu eletto Senatore per la prima volta. Io voglio ricordare Papalia segretario della federazione di Padova : funzione che svolse con grande impegno, con grande capacità e raggiungendo obiettivi importanti. E’ nel gennaio del 1969, al XII° congresso, che diventa segretario e la sua segreteria che durerà fino al 1975 si caratterizzò subito in due direzioni: il metodo di lavoro, lo sforzo organizzativo e la fiducia nei giovani, la sua opera di rinnovamento. Era il metodo di Papalia rigoroso, intransigente, mai accondiscendente al lassismo o alla pigrizia, cose che odiava, e lo era – intransigente – prima di tutto con se stesso. Nelle relazioni al CF, nei discorsi pubblici e nei comizi, nelle riunioni di sezione anche con pochi compagni si presentava sempre preparato con un testo scritto e mai improvvisava. Voleva ogni volta raccogliere il massimo di indicazioni, idee, suggerimenti dai compagni e dare loro il massimo contributo in modo da non sprecare nessuna occasione per far crescere il partito politicamente e organizzativamente. Non trascurava nulla nelle questioni organizzative e del partito e pretendeva dai compagni funzionari e dagli altri dirigenti il massimo, il meglio. Ogni iniziativa da organizzare diventava quindi uno schema di cose precise da fare per ogni compagno e verifica di cosa aveva funzionato e di quello che era andato male. Quando si discuteva con lui esigeva che si prendessero appunti come lui stesso faceva. Mi colpiva, ero allora segretario della FGCI, il fatto che Papalia trovasse sempre, nell’arco di due settimane al massimo, il modo di parlarmi, di chiedermi come andavano le cose nell’organizzazione giovanile. Il problema dei giovani era un interesse centrale. Trovava il modo di darmi, senza mai pesare, dei consigli e di chiedermi dei suggerimenti. Soprattutto mi colpiva il fatto che in questi colloqui trovasse il modo di spiegarmi qualche problema delicato e complesso della federazione per mettermi così in grado di valutare, di comprendere bene i fatti. E questo Papalia lo faceva con tutti i compagni perché c’era una sua precisa volontà, idea di formare dei quadri comunisti. E’ questo suo metodo che qualcuno – è giusto dire anche questo – considerava burocratico, che ha consentito un rilancio della federazione e il suo deciso rafforzamento all’inizio degli anni ’70. La sua “autorevolezza” che era anche uno schermo difensivo, non nasceva da qualche supponenza: era piuttosto un senso del dovere, un abito che bisognava indossare per svolgere efficacemente le funzioni di cui il partito lo aveva incaricato; e i risultati si videro. Il congresso del ’69 si era svolto alla Gran Guardia, quello del ’72 al Teatro Verdi, quando lascia la guida della federazione nel ’75 per il congresso basta appena il Palazzotto dello Sport dell’Arcella. Subito dopo la sua elezione Papalia chiamò in segreteria della Federazione con i compagni Menon e Zaggia anche dei giovani dando loro molta fiducia senza curarsi del fatto che da questi era stato anche contestato ma badando alla esigenza del rinnovamento e del rafforzamento della federazione e sicuro anche delle sue capacità di dirigente; i compagni sono Longo e Armano che diventeranno di Papalia preziosi collaboratori e grandi amici. Ed è sempre lui che chiama a lavorare nell’apparato Girardi e un po’ più tardi un operaio della Lorenzin, il compagno Zancanaro. Realizza così quell’ampio ricambio resosi necessario per i nuovi compiti che il partito stava affrontando. Siamo nel ’68; stanno partendo le grandi lotte operaie; è appena scesa in campo una generazione di giovani, di studenti…occorrono gli uomini giusti all’altezza della situazione. Questa attenzione per gli uomini, per i compagni, è una grande caratteristica di Papalia che è sempre attento a usare tutte le energie a disposizione e anche a recuperarne laddove è possibile; non rompe ad esempio con compagni che si sono allontanati dal Partito, anzi mantiene rapporti, cerca di riconquistarli: delle volte riesce (con Giorgio Tosi), in altre no (con Pietro Cortellazzo). Non vorrei però aver dato di Antonio un’idea sbagliata o parziale e cioè di averlo descritto solo come un bravo organizzatore: questo è senz’altro vero ma Papalia er un dirigente completo e, quindi, un uomo di grande respiro politico, capace di tradurre la linea politica nazionale nella realtà padovana. I fatti da citare sarebbero molti ma mi limito ad uno che mi è stato proprio ieri ricordato dal un dirigente delle ACLI, Maurizio Drezzadore: nel ’74, dopo che Berlinguer ha lanciato la proposta strategica del compromesso storico e dopo che questa proposta ha cominciato a far riflettere i comunisti ma anche aree del mondo cattolico, in Seminario Maggiore a Padova viene organizzato un dibattito sul tema “Cristianesimo e marxismo: convergenze in sede teorica e pratica”. Al dibattito in cui moderatore è Padre Scapin – un altro uomo del dialogo che purtroppo è scomparso – viene invitato anche Papalia allora da poco eletto al Comitato Centrale. Il suo intervento è di grande respiro (lo leggerete perché come federazione abbiamo intenzione di stamparlo e distribuirlo per la sua attualità), il suo intervento lascia un segno profondo tra i presenti: giovani sacerdoti, seminaristi, uomini della sinistra cattolica. Ancora adesso – sono passati molti anni – viene ricordato come il primo fatto importante del dialogo tra comunisti e cattolici a Padova. Un altro - lo cito soltanto - suo interesse costante è il lavoro sui problemi dell’emancipazione femminile. Sa bene che qui c’è un passaggio cruciale nella lotta per la trasformazione socialista dell’Italia. Sarebbero molte le vicende da ricordare, tutte pregnanti. Lo faremo al più presto creando le occasioni opportune. Il resto della vita di Antonio è abbastanza noto anche ai più giovani: nel ’75 entra nella c.c.c.; lascia la segreteria della federazione e gli subentra Longo. Anche questo ricambio è da lui voluto e diretto. Va al regionale veneto a dirigere l’organizzazione. Nel ’79 viene eletto senatore della Repubblica in un collegio del padovano. A quest’ultimo incarico dedicherà con grande passione i suoi ultimi anni senza mollare mai fino a martedì.
Chi gli era amico sa che era piacevole stare con lui per la sua sottile ironia e per l’acutezza delle sue osservazioni. Tra questi interessi, tra queste passioni si è svolta la vita di questo nostro dirigente fino agli ultimi giorni quando, amareggiato per non poter fare bene il suo lavoro di parlamentare (gli premeva moltissimo la riforma della scuola superiore) e amareggiato per non poter partecipare alla vita di partito come avrebbe voluto (e già il male lo stava consumando) scriveva una lettera dispiacendosi, ma non ancora disperando di poter tornare al proprio posto, di non essere presente ad una iniziativa della sua federazione e sottoscrivendo generosamente per il Partito. Un’altra commovente lezione di etica politica che Antonio ha sempre portato all’impegno di partito. Caro Antonio, andandotene lasci un vuoto grande che non si potrà colmare; lasci un tremendo implacabile dolore nella tua fedele compagna, la cara Luciana e in Fiammetta e Fulvio che ti amano tanto, nei tuoi parenti e nei tuoi compagni quelli della tua federazione che avevano in te un riferimento sicuro. Puoi essere certo che non ci dimenticheremo di te”. FLAVIO ZANONATO
*Il seguente testo è tratto dai discorsi funebri (di Flavio Zanonato, Franco Busetto, Giglia Tedesco) raccolti nell’opuscolo: “Ricordo di Antonio Papalia”, stampato a cura della Federazione Comunista di Padova nel 1985, in occasione delle esequie dell’11 aprile. Nello stesso opuscolo, in appendice, venne pubblicata la conferenza che Antonio Papalia, allora segretario della federazione comunista padovana e membro del Comitato Centrale del P.C.I. tenne nel Seminario maggiore di Padova il 21 febbraio del ’74 sul tema dei rapporti tra cristiani e marxisti. |
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