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Alla schiera di giovani aspiranti pittori, scultori, musicisti ed
artisti in genere (Domenico e Vincenzo Morano, Giovan Battista e
Michele Valensise, Luigi e Giuseppe Albanese di Domenico, Antonino
Pagano, Fortunato Grio, Luigi Prenestino, Angelo Riolo ed altri)
buona parte dei quali, nel corso della prima metà dell’800,
lasciarono la natìa Polistena per recarsi a Napoli, capitale del
Regno e capitale culturale, ad apprendere ogni nozione tecnica ed
ogni fondamento delle specifiche discipline artistiche, si unì
anche quel dimenticato Michelangelo Russo al quale abbiamo
dedicato non poca attenzione, nel corso delle nostre ricerche, al
fine di poter ricostruire esaurientemente, qualche giorno, una
specifica monografia corredata, oltre che da documenti, per la
verità numerosi, anche da illustrazioni.
Vuoi per il rapporto di parentela, vuoi
per l’affetto e l’esigenza di rivalutare o meglio far
conoscere un ulteriore obliato artista polistenese, abbiamo
ritenuto utile proporre ai lettori di questo importante
settimanale dell’amico Gianfranco Sofia, al quale esprimiamo
tutta la nostra gratitudine e solidarietà, qualche breve notizia
corredata da documenti da noi scovati.
De Russo, tranne qualche accenno
tramandatoci da Monsignor Domenico Valensise, dal Canonico
Pasquale Calcaterra e da Alfonso Frangipane, non restano se non
poche, inutili o, addirittura, “pappagallesche” citazioni di
altra gente da cui, in verità, ben poco ci aspettavamo nel caso
specifico.
Nato a Polistena (non sappiamo, al
momento, se l’11.10.1817 o se nel 1824, per cui rinviamo tale
notizia ad altra pubblicazione), e rimasto orfano di padre e di
madre, a 18 anni in circa partì alla volta di Napoli.
Attraverso due carteggi che si
conservano presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria, siamo
riusciti a conoscere qualche notizia particolareggiata, specie
dell’avventurosa partenza da Polistena.
Egli, infatti, una volta arrivato a
Napoli, si era dapprima presentato presso un suo benefico
concittadino che noi crediamo possa essere stato Francesco Rocca,
e poi si era rivolto all’allora Ministro della Real Segreteria
di Stato degli Affari Interni, Sua Eccellenza Nicola Santangelo
che, valutando le doti e lo stato di miseria del Russo, non mancò
d’interessamenti ed incoraggiamenti.
Il primo approccio con Ministro
Santangelo lo rileviamo direttamente da una prima istanza prodotta
dal Russo, nella quale così supplicava:
“Eccellenza, Michelangelo Russo di
Polistena in Provincia di Calabria Ultra 1., orfano di padre e di
madre, di anni 18 in circa, spinto da irresistibile inclinazione
all’arte della statuaria, ed obbligato dalla miseria, co’
propri piedi, si è recato in Napoli per dedicarsi, nella ferma
fiducia di ritrovar qualche aiuto nel potente patrocinio di V.E.
che sì altamente accorda ad ogni ramo dello scibile, ed in
particolar modo alle arti sorelle. Nel rivolgersi però il
supplicante all’E.V. accompagna la sua fervente preghiera con un
piccolo saggio della sua disposizione alla scultura in alcuni
modelletti in terra cruda e cotta: quali gliel’ha inspirati il
suo rozzo intendimento, e senz’alcun principio di disegno: essi
sono indegni di sostenere lo sguardo peritissimo di V.E.; ma la
loro semplicità e rozzezza, forse, muoveranno più che opgni
altra parola il cuore filantropico e sensibile dell’E.V. a prò
del loro autore il quale si crederà il più fortunato sulla terra
se potrà ottenere tanto da studiare quell’arte che forma l’unica
sua brama...”.
La sua partenza per Napoli, che era
avvenuta nel Novembre del 1841, non era stata priva di
difficoltà, come traspare da altra sua istanza del 12 Giugno del
1843, indirizzata sempre al Ministro di cui sopra, nella quale il
Russo, nella speranza di poter ottenere il rimborso delle spese
sostenute due anni prima, così si esprimeva: “...avvinto dall’estremo
bisogno, e per naturale pendìo dai primi suoi anni trasportato
per la scultura, ha risoluto riunire il pochissimo che avea, e
tutto confidando nella Divina Provvidenza, nel Novembre del 1841
si è recato nella Capitale per mezzo del vapore. Imperito nel
viaggiare si portò con due vetture in Tropea, una per sè e l’altra
per due cassette con malconci abiti, usata biancheria ed un
trapunto per riposarsi. Arrivato in Tropea, una fiata pel ritardo
del vapore, ed un’altra per non aver potuto questo approdare a
causa di forte temporale, è stato obbligato l’Oratore rimanersi
in locanda, e quivi vittare e dormire per 16 giorni, dopo i quali
pel vapore fu condotto in Napoli. De’ ducati trenta unico
peculio del Supplicante rimanevangli pochi carlini. Ma la
Provvidenza permise primamente che da benefico paesano fosse
accolto: e di poi dispose in maniera le cose, che tra benefattori
vi fosse un Padre, un mecenate, un Genio Tutelare per sottrarlo
dal nulla e proteggerlo, qual’è stata l’E.V. estimatrice
delle scienze, delle Arti Belle, e di tutti coloro, i quali
abbenchè infelici, promettono con l’incessante studio e fatica
distinguersi. Ed invero dopo alcuni saggi in creta sommessi all’alto
sapere di V.E., fra le prodigazioni, gli ha accordato la pensione
di ducati dieci al mese sul fondo provinciale, raccomandandolo
pure ferventemente al degno D. Tito Angelini: il quale nell’ammaestrarlo
non curando mezzi e fatica, pose nel tenue ingegno dell’Oratore
i primi sensi positivi della statuaria. Intanto malgrado un vivere
meschino, i bisogni s’accrescon alla giornata, e le privazioni
son tali che non sembra possibile enumerarli: il tempo tutto ha
logorato, biancheria, abiti e trapunto, ed obblighi ha contratto.
Sperava il supplicante qualche risorsa e non essere al caso d’infastidire
l’E.V. con la nota delle spese erogate pel viaggio, come altri
fecero ed ottennero. Ma confuso e pieno di rispetto e fiducia, è
costretto l’Oratore dalla, umilmente supplicare l’E.V. avere
questa volta la degnazione di esaudirlo, benignandosi disporre che
tal nota di spese qui acclusa, gli venghi soddisfatta, onde
riparare alle attuali emergenze, che minacciangli naufragio. Tutto
si augura felice dall’innata bontà di V.E. e l’avrà ut Deus”.
Il Ministro Santangelo, alle suppliche
del Russo, rispose accordandogli tutto l’appoggio e la stima,
racomandandolo più volte all’Intendente della 1^ Calabria Ultra
con varie lettere che gli consentirono di beneficiare di una
pensione continua di ducati 10 e la permanenza nel Real Albergo
dei Poveri di Napoli fino al 1859, sui fondi comunali e
provinciali.
Gli insegnamenti del Maestro Tito
Angelini non tardarono a dare i primi frutti ed il giovane
artista, dopo non più di un anno di studio nella scultura,
meritò il primo premio d’argento nella Mostra di Belle Arti del
1843, ove il Russo presentò tre opere: una “testa colossale di Lucio Vero”;
la “Morte di Ajace
Telamonio” (gesso); nonchè un “gruppo di due putti”. Nella
stessa mostra furono, inoltre, premiati i polistenesi Domenico
Morano con medaglia d’oro per l’opera “Erodiade” e Giovan Battista Valensise per il quadro
raffigurante “Saffo”.
Nella Mostra Borbonica di Belle Arti
del 1855, il Russo, alunno del Reale Istituto di Belle Arti,
presentò l’opera “Amor
materno”, gruppo in gesso di naturale grandezza che il
Bozzelli, autorevole critico d’arte dell’epoca, così la
recensì:
“Il saper
cogliere un avvenimento storico o tradizionale dal più fecondo
dè suoi aspetti, e ritrarlo pieno di vita e di bellezza sulla
tela o sul marmo, è già una gloria che niuno sarà mai oso di
contendere all’arte. Ma il fare altrettanto per un semplice
affetto, il quale ben altro che ricongiungersi ad alcun drammatico
tessuto, si perde fra gl’impenetrabili misteri di una
preordinata e provvida natura, è questo uno sforzo d’ingegno
che terrà sempre del prodigio. Una giovine donna di avvenenti
sembianze, la quale assisa modestamente nel silenzio dè suoi
domestici lari, sostiene in grembo un leggiadro figliuolino,
soavemente immerso nel sonno dell’innocenza; e mentre dell’un
braccio succinto ella gli regge affettuosamente il capo, alza con
l’altro un breve lembo dè pannolini ond’esso è coverto, per
vagheggiare a sua posta le nude incantevoli forme...ecco il
gruppo, tutto ingenuità e tutto amore, che l’abile artista si
piacque di offrirci allo sguardo. Dalle placide ciglia ch’ella
tiene mollemente abbassate e fitte verso l’assopito fanciullo,
non sembrando vivere, non sembrando sentire che in quella cara
emanazione della sua propria esistenza, si effonde l’alito di
una tenerezza serena, profonda, incomparabile, che parla eloquente
a tutte le viscere umane: al solo rimirarlo, ella si è già fatta
immemore dei durati affanni per metterlo alla luce; e nel trionfo
della gioia sul dolore, quel dolce leggerissimo sorriso che allor
le sfiora delicatamente il labbro, rileva intero e nelle sue più
angeliche apparenze il santo carattere di madre. Di buona scuola
è il disegno di quest’opera: con grazia e naturalezza ne sono
disposti ed ordinati gli atteggiamenti ed i panneggi: nè si può
altrimenti lodarla che indicandola”.
Ancora nella Mostra Borbonica di Belle
Arti del 1856, Michelangelo Russo
presentò un gruppo in gesso: “Gesù Cristo nell’orto”,
nonché un piccolo gruppo in terra cotta: “Bacco ed Amore” che,
anche questa volta il Bozzelli non mancò di così commentare:
“Nella spaventevole solitudine di
Getsemani, prostrata la persona sulle proprie affievolite
ginocchia, con l’ambascia divoratrice che in lui genera l’idea
del prossimo tremendo sacrifizio, il figliuolo di Dio, in questo
ingegnoso gruppo, è in atto di fervente preghiera; e nella stessa
cieca sua rassegnazione alla volontà dell’Augusto Padre, sembra
che dal più profondo delle commosse viscere gli salga teneramente
involontario sul labbro quel grido sì coerente alla tempra umana
di cui erasi rivestito...si possibile est, transeat a me calix
iste.
Un angelo, radiante di grazia e di
nobiltà nelle celesti sue forme, gli è a rimpetto con umiltà
devota; e nel confortarnelo, affissa lo sguardo angoscioso in
quella soavità di amorevole carattere, che l’immenso dolore non
ha punto alterata nella espressione del divino suo volto. Siam certi, che trasportato in
marmo, questo alto concepimento non possa non riuscire di un
effetto meraviglioso.
Piaquesi questo medesimo giovane
artista di esporre un altro suo picciol gruppo in terra cotta, ove
sotto la figura di due genietti son rappresentati, con forme
vivaci e leggiadre mosse, Bacco ed Amore: l’uno, già ebbro,
appoggiasi all’altro, il quale sorridendo ne guarda con gaia
malizia gl’involontarii vacillamenti”.
Alla mostra di Belle Arti del 1859, il
Russo presentò ancora un ulteriore lavoro in gesso: “Cristo sotto la croce”
che Giacomo Filinto Santoro, in suo saggio, così lo indicò:
“Cristo sotto il peso della croce -
Più del vero e di gesso per Michelangelo Russo - E’ pregevole
per la bella disposizione de’ panneggiamenti”.
A Polistena si conservava una “Statuetta di Garibaldino”
nel Palazzo del Marchese Avati, secondo quanto tramandato dal
Canonico Pasquale Calcaterra. Ma, sebbene le nostre richieste, la
famiglia Avati non ci ha mai fornito notizie o attestazioni della
presenza di detta statuetta prima dello smantellamento del palazzo
e dei suoi arredi, all’atto della vendita.
Da più voci e da fonti che qui non è
il caso di indicare, abbiamo notizia dei rapporti tra il Russo ed
il Conte di Siracusa, Leopoldo di Borbone.
Quest’ultimo fu coadiuvato nella
scultura del monumento a Giovan Battista Vico posto in un giardino
pubblico in Napoli, da Russo che, pare abbia modellato tale
statua, tuttora visibile a Napoli.
Abbiamo pure notizia di ulteriori
pregevoli lavori in marmo per il duomo di Napoli.
Per ora, crediamo sia stata sufficiente
questa breve esposizione di lettere e recensioni per dare un’idea
di ciò che dietro al solo nome di Michelangelo Russo (più o meno
a questo punto erano le conoscenze su di lui) rimaneva celato.
La nostra paziente ricerca siamo sicuri
che, nel corso della futura pubblicazione su questo artista
polistenese, restituirà quanto più materiale utile a scoprire il
mistero ed una più completa biografia di questo emigrato illustre
e sconosciujto ai più.
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