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Il
Carnevale in Calabria La "maschera" nella tradizione polistenese* è necessario
riprendere vecchie usanze più vicine al nostro costume
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di GIOVANNI RUSSO |
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Appartenente
alla ritualità connessa al Carnevale, la “maschera” o meglio quel
pezzo di autentico teatro popolare, rappresenta uno dei punti fondamentali
della cultura folkloristica locale. è
certo che se è così radicata è probabile che essa preesistesse
magari alla cultura urbana e contadina, prima delle sporadiche e
superstiti attestazioni che del passato rimangono. Qualche
riferimento al modo di celebrare il Carnevale nell’antica Polistena lo
si evince, anche se in maniera non ben precisata, attraverso qualche
superstite documento della Famiglia Milano, Signori e Feudatari del luogo.
Nel loro teatro, eretto nel palazzo di corte, non mancavano in occasione
del Carnevale, musiche, balli e recite di commedie per le quali vi era la
partecipazione diretta del Principe. Ci piace riportare quanto una breve
registrazione di pagamento di uno dei registri mensili di spese e
provvisionati restituisce: “Febbraio 1730 – A M[astro] Vittorio per
accomodo di 4 para di calzette ed accomodo del abito di Pulcinella…”.
Alla data del 20 Febbraio 1759, troviamo un’ulteriore spesa per acquisto
di maschere: “Pagati al Capitan Borgese per compra di 16 maschere per li
signorini…”. Nelle stesse pagine e successive troviamo anche ulteriori
registrazioni relative alla “commedie delli signorini”. Evidente,
quindi, l’uso della recita in occasione del Carnevale. E
lasciando queste brevi e stimolanti attestazioni settecentesche, la
documentazione ottocentesca da noi rintracciata, ha caratteristiche varie.
La moda del 1855 a Polistena diventa “Carnevale”, cioè segno di
follia, leggendo la poesia del Sac. Vincenzo Rovere: “Lu Carnalevari di
lu 1855”. Nel
1875 troviamo “un’elemosina alle maschere” che la famiglia del
Barone Rodinò concede in occasione del Carnevale di quell’anno. Ma
finalmente, per la fine dell’Ottocento, viene fuori un pezzo della più
autentica forma di teatro popolare polistenese, raccolto e pubblicato nel
1888 da Apollo Lumini ne: Le farse di Carnevale in Calabria e Sicilia (Nicastro,
1988, alle pp. 37-39). “Un
contrasto drammatico – così il Lumini – può dirsi una “Farsa da
dirsi in questi giorni di Carnevale: Due mendichi, cioè marito e
moglie”, sciocchezza in sestine e in ottave, senza capo e ne coda che io
ebbi da Polistena, ma che l’autore, mezzo analfabeta pare tenere in gran
conto perché in fine dà consigli agli attori: Non vi manca modo ma
garbatamente dimostratela che bene vi riuscirà. Il marito sciocco e
brutto lamentandosi della moglie più brutta di lui, giunge con lei ad un
palazzo e chiede la carità al padrone, ma invano; e la moglie dice:…ndindi
avimu a jiri / ca chisti genti non fannu caritati, / Hannu l’arma e lu
cori cu li pili / E vorrenu mu ndi vidinu abbrusciati / Vasciu a lu mpernu
chini di suspiri / e di Caronti
spruppati e mangiati…- il
marito sciocco vanta la sua furberia e sapienza citando, senza dir quali
sieno, sentenze di San Crispino e il Vangelo di San Giovanni; ed
enumerando al pubblico le bruttezze della donna e sue: …Non
dicu poi pe mia chi m’avant’eu, / portu paura a cù mi guarda puru / A
la figura paru Maccabeu, / Pe lu sapiri cu nuju affiguru, / Ndaju la testa
comu Melibeu, / Ma però dura cchiù
di chistu muru / chi si mi sentarrissivu parrari / Paru nu ciucciu quando
vò ragghiari./ - E la moglie,
mutando metro, e canzonandolo:…Si
sciogghi chija lingua / mi pari Salamuni/ Non chiju lu saputu/ ma lu cchiù
stupiduni. / Mi pari chija cani / chi no muzzica, ma baja / Intantu iju si
teni / Pe n’angialu di staija./ - La farsa finisce con una
esortazione morale”. Secondo
noi questa farsa potrebbe attribuirsi al poeta dialettale polistenese
Giovanni La camera, autore, qualche anno dopo, di una raccolta di poesie
che hanno molto in comune con la nostra farsa. A
partire dal 1915, troviamo anche testimonianze documentarie di recite che
si effettuavano nell’orfanotrofio femminile, sorto dopo il terremoto del
1908. “Quest’anno – così il fascicolo n. 27 del 1915 di Gemiti di Madre – né giorni di Carnevale, queste fanciulle, con
l’annuenza dè loro genitori, han voluto dare, nel teatrino
dell’Orfanotrofio stesso, delle serate a benefizio delle orfanelle, e
sono state felici nel pensare e nell’attuare quest’opera di carità. Le
rappresentazioni, i canti, i suoni furono eseguiti in modo ammirabile, e i
loro parenti e gli amici delle loro famiglie, accorsero volenterosi non
solo per godere di quelle scene, di quelle musiche, di què trattenimenti
intellettuali, come disse nel teatro stesso il Sindaco della Città, ma
ancora per incoraggiare le buone fanciulle nella loro opera di
beneficenza”. Il
Carnevale, quindi, non solo come occasione di sollazzi e giochi di ogni
specie, ma anche come momento di divertimento intellettuale. E Polistena
non era avulsa da una certa realtà culturale e teatrale che aveva origini
molto remote. La
vasta diffusione e la considerevole letteratura sia orale che scritta, a
partire dai primi anni del Novecento, ci hanno spinto a svolgere una prima
indagine, senz’altro bisognevole di ulteriori ricerche, onde avere una
visione per grandi linee di quelli che furono i testi e gli autori della
“maschera polistenese”. I testi, specie quelli del dopoguerra,
esorbitando dal contesto della battuta facile, strapparisate, proponevano
una satira tagliente per l’ambiente politico. Una
tradizione, quindi, che punta al sorriso, al sarcasmo e all’ironia, per
denunciare, specie in tempi poco facili, soprusi, fame, miseria ed
angherie che il popolo soffriva, a differenza della classe abbiente che
navigava, per contro, nei lussi. Le
maschere ufficiali o meglio legali, cioè soggette ad una approvazione
preventiva da parte della Questura e degli organi autorevoli locali,
avvenivano su carri ben addobbati e trainati da buoi che in alcuni
stabiliti quartieri tradizionali vi sostavano per dar modo agli attori
improvvisati di poter declamare, ognuno nei propri limiti artistici, le
parti loro assegnate. In
detti punti o quartieri vi era l’usanza di innalzare l’albero della
cuccagna, tradizione ben documentata nell’arco del Settecento,
consistente in delle pertiche unte di grasso alla cui cima vi erano
collocati prodotti alimentari. Colui i quale, dopo vari tentativi,
riusciva a raggiungerli se ne impossessava, offrendo alla propria famiglia
l’occasione di un buon Carnevale. Evidente come la fame non aveva
ostacoli. A questa fame non era certo sufficiente il sussidio del Comune
che, nel 1876, secondo quanto si evince da una delibera del 28 febbraio,
concedeva £. 25, su proposta del Sindaco Presidente che così motivava:
“…che per cura di molti cittadini si ebbe l’idea filantropica di
fare una elargizione di elemosine ai poveri e famiglie bisognose per
soccorrerli nel presente Carnevale” soggiungendo” che il Comune è la
prima famiglia la quale deve dare l’esempio di carità cittadina”. Il
Novecento offre, come dicevamo, la possibilità di documentare
cronologicamente le varie maschere recitate sui carri o casa per casa da
giovani mascherati. Queste ultime si integravano con le maschere
ufficiali. Resta ancora oggi una significativa traccia di tale usanza,
nell’espressione indigena: “Riciviti
mascari?”. A
questa richiesta, solo alcune famiglie provate da lutti o altro
rispondevano negativamente, mentre tutte le altre accettavano che le
recite, in dialetto, fossero rappresentate da questi attori ambulanti che,
in cambio, ricevevano carne di maiale, salsicce, polpette ed abbondante
vino. Questo
era possibile, sempre nei limiti delle facoltà familiari, mentre anche i
poveri non rinunciavano a questa evasione annuale se è vera quell’altra
espressione dialettale polistenese: “Di
l’ardaloru cu non ndavi carni si pigna u figghiolu”. E
tornando alle maschere o meglio ai titoli di queste, non possiamo esimerci
dall’ elenco di esse, da cui si evince anche il nome dell’autore,
l’anno di esecuzione ed altro. L’elenco che segue, non rappresenta la
totalità, bensì una parte che ha bisogno di uno studio specifico per un
argomento di così fondamentale importanza folklorica locale: 1)
Anno 1920: Partono
i bastimenti (di Antonio Macrì); 2)
Anno 1926: Le
fognature ( di Antonio e Luigi Floccari); 3)
Anno 1930: Bacco,
tabacco e Venere (del maestro Domenico Corica); 4)
Anno 1935: Giulietto
e Romea (dei fratelli Giovanni ed Arturo Tigani); 5)
Anno 1936: Le
sanzioni (di Domenico Corica); 6)
Anno 1936: Populi
di sti tempi (di Vincenzo Zurzolo); 7)
Anno 1936: L’occupazione
dell’Africa e la risposta del Negus (di Antonio Macrì); 8)
Anno 1939: Inno
al vino (di Giovanni Ciardullo); 9)
Anno 1946: Il
Comune al popolo (di Mimmo Fusco detto “u napulitanu”); 10)
Anno 1946: Il
voto a chi tocca ( di Mimmo Fusco, detto “u napulitanu”); 11)
Anno 1947: Ricostruire
(di Mimmo Fusco detto “u napulitanu”); 12)
Anno 1948: Come
è verde la nostra valle ( di Mimmo Fusco detto “u napulitanu”.
Del Fusco, la Biblioteca Comunale possiede buona parte degli originali
inviati, su nostra richiesta, dai familiari. Tra questi originali vi sono,
tra l’altro, i seguenti copioni che non sappiamo se furono o meno
rappresentati: “è
primavera, ovvero agenzia matrimoniale: mariti e fidanzati su misura”; “Sport
che passione ovvero la fine di Mastru Pappalardo”; “I dopo tanto
promessi sposi”); 13)
Anno 1952: La
scomunica (di Ciccio Nasso ed altri); 14)
Anno 1953: La
vita è bella (di Sorbara Domenico fu Francesco); 15)
Anno 1953: Bei
tempi (farsa di Girolamo Tripodi, attuale Sindaco di Polistena); 16)
Anno 1954: L’arancia
della discordia (di Gaetano Masseo e Mario Commis); 17)
Anno 1957: Processo
a Carnevale (di Pesa Francesco); 18)
Anno 1957: Morto
che parla 48 (di Raffaele Zurzolo); 19)
Anno 1957: Commedie
e drammi ovvero Spascia e rattoppa ( di Mimmo De Matteis); 20)
Anno 1958: Dilettanti
alla ribalta (di Mimmo De Matteis); 21)
Anno 1958: Patente
di 3° grado ( di Raffaele Zurzolo); 22)
Anno 1959: Lascia
o raddoppia (di Raffaele Zurzolo); 23)
Anno 1961: Gioventù
polistenese (di Pesa Francesco); 24)
Anno 1962: Carro
allegorico – senza titolo (di Lucenti Giuseppe); 25)
Anno 1965: Folclore
di Calabria 1965 (di Lucenti Giuseppe); 26)
Anno 1969: Fantasia
(lavoro carnascialesco di Mimmo Fusco, nell’adattamento di Vincenzo
Fusco); 27)
Anno 1976: Tempi
belli (di Francesco Pisano); 28)
Anno 1978: Attualità
(di Francesco Pisano); 29)
Anno 1980: Unisex
(di Francesco Pisano); 30)
Anno 1983: Basta
cu sti tempi (di Francesco Pisano); 31)
Anno 1985: No,
cus’ nò va! (di Francesco Pisano). Come
dicevamo, non è la totalità delle farse rappresentate, bensì solo una
parte a cui mancano i titoli dei testi scritti e rappresentati da Vincenzo
Pochì, da Pasquale Policriti, (detto Tip-Tip) e da tantissimi altri su
cui andrebbe svolta un’indagine attenta (specie per gli anonimi o per
coloro i quali solo le testimonianze orali di persone anziane potranno
restituire più dettagliate notizie. La
fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento vanno indagati con
particolarità, se è vero come è vero, che moltissime strofe di maschere
persistono nella tradizione orale. Una
menzione merita anche Michele Floccari che, anche attraverso le maschere
recitate per le case, riusciva a diffondere il messaggio politico, tipico
delle più autentiche maschere polistenesi. Di lui ci sia permesso
rievocare qualche breve ed inedita strofa appartenente ad una maschera
della quale, però, ci è pervenuto solo un foglio manoscritto: “Amici permettiti: dassatimi passari /
ca stasira a tutti quanti vaiu di parlari/ Lu scopu di sta mascara non è
na novità / festeggiamu ntra sta sira / tutti quanti l’Unità / Ca
chista eni la festa / c’a tutti staci a cori / esartamu lu giornali di
li lavoratori / Giornali proletariu chi dici cosi veri / e puru a li
cristiani nci sbela li misteri / La Repubblica si fici / mu campamu
nsantapaci / se carcunu voli a guerra / poti jiri mu la faci/… Non
ci resta, infine, che augurare che questa importante tradizione possa
essere sostenuta, incoraggiata e ripresa accantonando, se necessario, le
stereotipate sagome montate su carri allegorici, non appartenenti certo
alla cultura indigena, ma che ripetono modelli discutibili di altre realtà
ben diverse da quella polistenese.
*Pubblicato su Il nuovo Provinciale
del 24 febbraio-2 marzo 1990, p. 2.
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