Francesco Laruffa

BIOGRAFIA

                                       

 

 

            Francesco Laruffa nasce a Polistena (RC) il 27 dicembre 1908, mentre Reggio Calabria e Messina vengono semidistrutte dal terremoto.

             Trascorre la primissima infanzia serenamente, partecipando ai giochi felici dei bimbi della sua età, lungo le rive dello Jerapotamo, torrente a lui tanto caro, sino a 7 anni quando perde la madre. Questa scomparsa è molto determinante nella vita del bambino che poi, divenuto uomo, rimpiangerà di non ricordare il volto della madre alla quale dedicherà le sue prime poesie (il bisogno di amore e di conforto materno spesso ricorrono nei suoi versi).

             Frequenta le scuole elementari a Polistena “a prima scola” e poi le prime classi dell’Istituto Tecnico a Taurianova.      

           Interrompe gli studi per aiutare il padre ed il fratello, raffinati ebanisti, e così a contatto con la dura realtà del lavoro ha modo di temprare il suo carattere e nell’intagliare il legno, si acuisce in lui il senso delle proporzioni, del semplice e del bello e l’incisività, caratteristica fondamentale del suo carattere che lo porterà a sfrondare di ogni superfluo ornamento la verità e a scolpire nella sua nuda semplicità la realtà.

            A Cremona, mentre effettua il servizio militare, si prepara da solo ad affrontare gli esami di abilitazione magistrale durante i quali conosce quella che poi sarà la “moglie adorata” e la madre dei suoi cinque figli.

            Superato il concorso magistrale, insegna nella provincia di Cremona dal 1935 al 1937, per poi tornare “a lu pajisi chi no scordi mai” a la “reggina seduta ‘ntra nu tronu d’olivari”.

            Avendo appreso a sue spese e con enormi sacrifici quanto fosse importante lo studio, consegue a Messina, negli anni intorno al 1940, la laurea in pedagogia e filosofia e il diploma di vigilanza.

            Partecipa come ufficiale dell’esercito alla 2^ guerra mondiale e rischia di perdere la vita durante i bombardamenti dell’aeroporto di Vibo Valentia. Salvatosi, compie un pellegrinaggio di ringraziamento alla Madonna di Polsi e scrive una “Storia della chiesa della Trinità in Polistena” ove si venera la Madonna dell’Itria a cui è stato sempre profondamente devoto.

            Maestro per inclinazione e per scelta si dedica con amore all’insegnamento, in cui porta il calore della sua umanità e l’estrosità della sua versatile fantasia.

            Spesso incaricato come direttore didattico nei paesi della piana, preferisce tornare all’insegnamento per non allontanarsi dalla famiglia ed è proprio questo il motivo fondamentale che lo spinge nel 1955 a lasciare “con la pena nel cuore” la sua Polistena, per trasferirsi a Roma con i figli che devono frequentare l’università.

            Nella capitale, però, non riesce mai ad ambientarsi e si sente come “u cani bastardu”.

            Torna spesso tra i suoi polistenesi che lo stimano e lo amano, poiché ritrovavano nei suoi versi il calore della loro terra, la loro identica nostalgia del passato, reso ancora più bello del ricordo, e il valore di alcune tradizioni che stanno scomparendo.

            Nel 1969 pubblica “Poesie di ieri e Saggi folkloristici”, poiché gli pare doveroso per l’amore che nutre per la sua terra, nel momento in cui il lessico dialettale va scomparendo in pessimi neologismi, conservare qualcosa che possa servire a far soffermare l’attenzione dei giovani corregionali per il proprio dialetto.

            Il suo intento è “esaltare l’amore per la nostra terra, la bellezza delle nostre tradizioni, e conservare il patrimonio del nostro folklore”.

            Nel 1971 pubblica “Nu filu d’oru”, la sua più bella raccolta di poesie nelle quali, oltre l’abituale nostalgia del passato, si nota una musicalità più profonda e una capacità di far rivivere umili personaggi ormai scomparsi: “U banditori i Polistena”, “U purvararu”, “I cordari” e “I tri dd’a chiazza”.

            Ecco, “Cicciu u professori” come lo chiamavano e lo chiamano ancora i suoi amici, a 4 anni dalla sua morte avvenuta il 19 marzo 1972, è tutto qui in questa sua incapacità di trovare una dimensione autonoma e nuova in una città che lo soffoca con i suoi  ritmi intensi e caotici, che non gli fornisce modelli culturali e di vita certi ed affini a quelli che lui ha saputo costruirsi nella sua vita di lavoro e arricchimento culturale.

            Ma proprio da questa confusione emerge una sua certezza, consolidata e giustificata dal suo continuo scambio con gli altri e l’ambiente, e questa certezza è che le elaborazioni culturali popolari, le tradizioni radicate nella povera gente mantengono, in questa società ottenebrata dal consumismo, una carica di semplicità e di valore intrinseco, fatto di piccole cose duramente sofferte e proprio per questo così “proprie”, in sé estremamente innovatore.

Per questo sceglie il dialetto per andare diritto al suo obiettivo, l’essere compreso da chi quei valori li ha, come lui, costruiti e sofferti, ma proprio per questo non si ferma qui  e prepara negli ultimi anni un vocabolario dialettale calabro-italiano, cui solo la sua morte impedisce di ricevere l’ultimo ritocco.

Ed il vocabolario non è che la logica conclusione del suo progetto culturale: una volta trovati i valori ed i temi dei base, una volta scelto il dialetto proprio per la sua intrinseca ricchezza e comprensibilità, il suo compimento non si ferma qui, bisogna dare un respiro più ampio a questo disegno, fornire a tutti gli strumenti per renderlo proprio.

Sta a noi, ora, tentare di realizzare questo progetto.