|
|
|
Francesco Laruffa |
|
BIOGRAFIA |
|
Trascorre la primissima infanzia serenamente, partecipando ai
giochi felici dei bimbi della sua età, lungo le rive dello Jerapotamo,
torrente a lui tanto caro, sino a 7 anni quando perde la madre. Questa
scomparsa è molto determinante nella vita del bambino che poi, divenuto
uomo, rimpiangerà di non ricordare il volto della madre alla quale
dedicherà le sue prime poesie (il bisogno di amore e di conforto
materno spesso ricorrono nei suoi versi).
Frequenta le scuole elementari a Polistena “a prima scola” e
poi le prime classi dell’Istituto Tecnico a Taurianova.
Interrompe gli studi per aiutare il padre ed il fratello,
raffinati ebanisti, e così a contatto con la dura realtà del lavoro ha
modo di temprare il suo carattere e nell’intagliare il legno, si
acuisce in lui il senso delle proporzioni, del semplice e del bello e
l’incisività, caratteristica fondamentale del suo carattere che lo
porterà a sfrondare di ogni superfluo ornamento la verità e a scolpire
nella sua nuda semplicità la realtà.
A Cremona, mentre effettua il servizio militare, si prepara da
solo ad affrontare gli esami di abilitazione magistrale durante i quali
conosce quella che poi sarà la “moglie adorata” e la madre dei suoi
cinque figli.
Superato il concorso magistrale, insegna nella provincia di
Cremona dal 1935 al 1937, per poi tornare “a
lu pajisi chi no scordi mai” a la “reggina
seduta ‘ntra nu tronu d’olivari”.
Avendo appreso a sue spese e con enormi sacrifici quanto fosse
importante lo studio, consegue a Messina, negli anni intorno al 1940, la
laurea in pedagogia e filosofia e il diploma di vigilanza.
Partecipa come ufficiale dell’esercito alla 2^ guerra mondiale
e rischia di perdere la vita durante i bombardamenti dell’aeroporto di
Vibo Valentia. Salvatosi, compie un pellegrinaggio di ringraziamento
alla Madonna di Polsi e scrive una “Storia della chiesa della Trinità
in Polistena” ove si venera la Madonna dell’Itria a cui è stato
sempre profondamente devoto.
Maestro per inclinazione e per scelta si dedica con amore
all’insegnamento, in cui porta il calore della sua umanità e
l’estrosità della sua versatile fantasia.
Spesso incaricato come direttore didattico nei paesi della piana,
preferisce tornare all’insegnamento per non allontanarsi dalla
famiglia ed è proprio questo il motivo fondamentale che lo spinge nel
1955 a lasciare “con la pena nel cuore” la sua Polistena, per
trasferirsi a Roma con i figli che devono frequentare l’università.
Nella capitale, però, non riesce mai ad ambientarsi e si sente
come “u cani bastardu”.
Nel 1969 pubblica “Poesie
di ieri e Saggi folkloristici”, poiché gli pare doveroso per
l’amore che nutre per la sua terra, nel momento in cui il lessico
dialettale va scomparendo in pessimi neologismi, conservare qualcosa che
possa servire a far soffermare l’attenzione dei giovani corregionali
per il proprio dialetto.
Il suo intento è “esaltare l’amore per la nostra terra, la
bellezza delle nostre tradizioni, e conservare il patrimonio del nostro
folklore”.
Nel 1971 pubblica “Nu
filu d’oru”, la sua più bella raccolta di poesie nelle quali,
oltre l’abituale nostalgia del passato, si nota una musicalità più
profonda e una capacità di far rivivere umili personaggi ormai
scomparsi: “U banditori i
Polistena”, “U purvararu”,
“I cordari” e “I tri dd’a chiazza”.
Per
questo sceglie il dialetto per andare diritto al suo obiettivo,
l’essere compreso da chi quei valori li ha, come lui, costruiti e
sofferti, ma proprio per questo non si ferma qui e
prepara negli ultimi anni un vocabolario dialettale calabro-italiano,
cui solo la sua morte impedisce di ricevere l’ultimo ritocco. Ed
il vocabolario non è che la logica conclusione del suo progetto
culturale: una volta trovati i valori ed i temi dei base, una volta
scelto il dialetto proprio per la sua intrinseca ricchezza e
comprensibilità, il suo compimento non si ferma qui, bisogna dare un
respiro più ampio a questo disegno, fornire a tutti gli strumenti per
renderlo proprio. Sta
a noi, ora, tentare di realizzare questo progetto.
|