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Cesare Laruffa |
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PITTORE POLISTENESE |
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(autoritratto 1999-carboncino) Un
autorevole rappresentante del mondo artistico polistenese, vivente, è,
senza dubbio, Cesare La Ruffa. Forse
Polistena lo ha dimenticato, perché
ha lasciato la sua terra appena diciottenne, inseguendo i sogni e
le speranze di un giovane desideroso
di raggiungere il proprio traguardo, specie se tale traguardo si
identificava nell’arte e
se le basi erano promettenti.
Il
S. Francesco da Paola dipinto
nel 1940 Ma
a Roma non mancarono le difficoltà per Cesare La Ruffa:lo studio,
l’inserimento negli ambienti artistici consoni alle proprie tendenze,
il bisogno, come tutti gli artisti alle prime armi, del guadagno
necessario per l’acquisto di attrezzi
di lavoro e per il
vivere quotidiano. Il
giovane La Ruffa approda nello studio di Marino Tigani e, su
interessamento di Giuseppe
Prenestino, s’inserisce nello studio del maestro Vincenzo Jerace, che
lo prende sotto le sue cure, aiutandolo, riconoscendo
nel giovane “Cesarino”, virtù e tendenze artistiche
apprezzabili. Sono
in possesso di alcune corrispondenze epistolari tra il maestro Jerace e
Cesare La Ruffa, nelle quali si rileva il costante interessamento del
maestro nei confronti dell’allievo “Cesarino”.
“Caro
Cesarino- scrive il maestro in data 5.2.1942- mi hai
sempre ripetuto che per amore dell’arte eri disposto ad
affrontare qualsiasi sacrificio. Oggi hai avuto la ventura di trovare un
posto molto meglio di un venditore di libri dipingendo degnamente e
proficuamente vasi. Devi dunque ringraziare Iddio se con questa
temporanea occupazione tu possa presto
riuscire a procurarti i mezzi necessari a procurarti
l’occorrente che ti mancava e che neppure la tua modesta famiglia non
poteva darti a svolgere i difficili e costosi studi della tua carriera! Dunque
più che tristezza devi prendere questo temporaneo sacrificio con grande
grandissima gioia perché ti procura i mezzi a svolgere con
sollecitudine la tua bella vocazione artistica non solo facendo nella
mia scuola busti e studi pittorici anche se la passione non ti viene
meno dei quadri e delle statue. In
alto il cuore e la mente con animo gagliardo e coraggioso come dev’essere
un degno figlio della granitica Calabria
ed un fervente
allievo del tuo maestro V.Jerace”.
Ed ancora: Nella cartolina pubblicata, il maestro Jerace comunica la
morte del sig.G.Prenestino...il
tuo benefico protettore che ti raccomandò a me. L’eloquente
lezione di vita imposta dal Jerace al giovane La Ruffa, ha prodotto
certamente i suoi frutti e ritengo che il successo raggiunto sia dovuto,
appunto, alla benevolenza , alla saggezza, ai consigli,
all’insegnamento profusi dal maestro Jerace. Oggi
Cesare La Ruffa vive alle porte di Roma, con uno studio avviato anche a
Stoccolma. Predilige nei suoi lavori la paesaggistica, ricercato come valente ritrattista, si è imposto nei soggetti a carattere religioso.
Ha
scritto di lui Mauro Bonucci a proposito del dipinto “LA MESSA”-esposto
alla Mostra Nazionale d’Arte Sacra Contemporanea di Bologna-: “Con
tale opera il giovane polistenese spezza finalmente e definitivamente la
rigidità della sua tradizione tematica per assurgere, nella complessità
della composizione, ad una atmosfera nuova,
corale”. Ritengo
utile e doveroso, a questo punto, proseguire con uno scritto del
critico Oronzo Giordano che puntualizza l’opera di Cesare La Ruffa: “Le opere di Cesare La Ruffa hanno quella virtù comunicativa e d’attrazione estranea agl’infantilismi e agli pseudo-primitivismi, ed hanno origine dall’evidente serietà di lavoro, dall’onestà d’intenti, dal bisogno veramente spirituale dell’anima ansiosa di dirci, attraverso le espressioni artistiche, qualcosa che vada al di là della linea, dei puntini, del colore e dei grovigli di segmenti.
Quelle
tavolozze ignorate che non ci abbarbagliano con strani miscugli
caleidoscopici, quei pennelli docili e irrequieti ad un tempo mossi sempre
dall’intelligenza e dalla passione e non dall’ozio, quella spatola che in
gesti rapidi ed efficaci fissa stati d’animo sinceri e sottolinea idee
chiare, rivelano qualcosa di serio , di umano, di duraturo perché sono
semplicemente Arte. Questo
abbiamo visto e sentito quando siamo andati a trovare un artista calabrese,
Cesare La Ruffa, che da anni s’è dedicato alla pittura con lo zelo della
vocazione e con spontaneità d’istinto. Un’analisi
approfondita del contenuto formale della pittura di Cesare La Ruffa non è
ancora possibile, né toccherebbe a noi farla. Ma è altrettanto utile e
doveroso soffermarsi sui suoi lavori pieni d’impegno e fecondi di promesse.
I diversi viaggi all’estero, le varie Mostre personali e i molti consensi già
assicuratisi lo impongono ormai all’attenzione del pubblico e della critica. Pur
non ignorando, anzi avvertendo il travaglio in cui si contorce l’arte
contemporanea, piena di esasperate promesse e di disordinati tentativi
innovatori, che così spesso ci lasciano perplessi e dubbiosi, La Ruffa è
rimasto fedele a se stesso prima, alla buona tradizione artistica dopo. E però
sa dirci la sua parola, sa esprimere i suoi pensieri con spiccata personalità,
inserendosi a mano a mano e quasi connaturandosi
a quel filone d’oro che forma la vitalità perenne dell’arte
particolarmente italiana. Sin
dalle prime opere abbiamo visto concretarsi in lui quel
linguaggio figurativo basato sul contrappunto del chiaroscuro, per cui
i rapporti tonali sono equilibrati da una sensibilità spaziale intima e
raccolta. Un dolce sentimento di realtà morale, di patetica contemplazione,
più che una semplice percezione sensoriale, vibra nell’impostazione
cromatica. C’è un accostamento all’impressionismo in quel non perdersi
mai in digressioni coloristiche e decorative o in compiaciuti virtuosismi per
non lasciarsi sfuggire il motivo centrale del quadro. Preferisce i toni in
minore, ovattati di penombre, e sa amare la luce. La gioia del colore-luce,
che accorda il fondo con le figure, è evidente nell’artista, il quale, da
meridionale e da mediterraneo, sente la poesia luminosa del paesaggio, poesia
che tocca spesso spazi e ritmi classici. Anche il soggetto sacro sa trattare con forte sentimento e con sincerità.”S.Francesco di Paola”, “S.Caterina da Siena”, “S.Chiara”, “Il Crocifisso” documentano convincentemente questa particolare predisposizione del La Ruffa. Il quale ignorando l’ozio e le smanie pubblicitarie, nel silenzio raccolto del suo studio, continua nel suo lavoro modesto e tenace, cercando di affinare sempre più la visione ideale del bello nell’armonia dei propri sentimenti con i mezzi più consoni all’espressione artistica compiuta e sincera”.
In
apertura di commento, scrissi che Polistena ha dimenticato Cesare La Ruffa, ma
posso affermare che l’amico Cesare non ha dimenticato la sua terra e le sue
tradizioni artistiche e culturali. Il suo rammarico è stato, e, lo è
tuttora, di non aver potuto raggiungere la sua terra ogni qualvolta
lo desiderava, nel ricordo dei suoi maestri Tigani e Jerace e nel
pensiero devoto verso Giuseppe Prenestino. E’ il travaglio di coloro i
quali, allontanatisi giovanissimi dalla propria terra, non riescono a
riconciliarsi con essa se non a maturazione avvenuta e, quando, il successo è
assicurato. C’è
un impegno preciso di Cesare La Ruffa che gli fa onore e lo assolve:.....e
spero poterti stringere la mano con un affettuoso abbraccio durante la Pasqua
del 2002, che per me sarà l’ultima visita alla mia terra natia”. (da “Polistena ieri e oggi” di Ferdinando Sergio)
RITORNO
A POLISTENA Cesare
La Ruffa non ha mantenuto l’impegno, come sopra detto, di essere a Polistena
per la Pasqua del 2002, ma, con sorpresa,
Il
suo soggiorno polistenese, anche se breve, ha suscitato emozioni, perché ha
voluto dimostrare tutto il suo affetto verso la terra che lo vide nascere e
cresciuto, donando al Comune di Polistena per il Museo Civico, il quadro che
riproduciamo in questa pagina, frutto del suo lavoro, dei suoi sacrifici
giovanili e del successo ottenuto durante la sua carriera. E’
stata una forte emozione anche per noi che, dopo un lunghissimo periodo ,
abbiamo avuto l’immensa gioia di riabbracciarlo. Grazie, Cesarino!
donato al Comune di Polistena |
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