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GIUSEPPE RENDA |
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Scultore polistenese dell'800 |
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di Giovanni Russo |
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Il
4 Maggio 1939 moriva a Napoli uno dei maggiori artisti polistenesi:
Giuseppe Renda. Il Renda era nato a Polistena l’11 Dicembre 1859 da Francesco e da Clara Lagamba. Già da fanciullo frequentò la bottega dei Morani e, dando sfogo alla sua naturale inclinazione per l’arte, non si sottrasse al rituale modellare con la creta i tradizionali pastori per i presepi o le statuine raffiguranti il Cristo, la Madonna dell’Itria o altri Santi venerati a Polistena. Appena
quindicenne, privo di aiuti e di conoscenze, riuscì ad imbarcarsi a
Reggio nella direzione di Napoli, meta ambita di tutti i piccoli geni. E
proprio a Napoli, per sopravvivere e mantenersi gli studi all’Accademia
della Belle Arti, ove ebbe maestri Gioacchino Toma e Stanislao Lista nel
disegno e Tommaso Solari nella scultura, fu costretto a lavorare nella
fabbrica di ceramica Cacciapuoti e Scoppa a Capodimonte. Proprio qui Renda
conobbe Attilio Pratella che lo invogliò a trasferirsi nella collina del
Vomero. Per
la sua intolleranza di scuole e correnti accademiche accettò di buon
grado i suggerimenti del
Pratella e con lui si ritrovava la sera al Caffè di Piazza Vanvitelli ove
solitamente incontrava Casciaro, Nicola Biondi, Irolli, Cifariello, De
Matteis, artisti con i quali discuteva e polemizzava contro gli artisti
che facevano capo al Circolo Artistico e che si ritenevano i soli
rappresentanti dell’arte ufficiale di Napoli, considerando quelli del
Vomero: rivoluzionari e cospiratori. Va
sottolineata a questo proposito la rivalità o meglio la reciproca
indifferenza tra il Renda ed il suo coetaneo e conterraneo Francesco
Jerace. E’
significativa la descrizione di Renda fatta da Alfredo Schettini in
occasione di una retrospettiva del Renda alla Galleria Colonna di
Napoli:”Giuseppe Renda appartenne
a quella generazione del secondo Ottocento napoletano che fu come il canto
del cigno degli uomini belli, simpatici, affascinanti, ardimentosi:artisti
che avevano ormai smesso i severi atteggiamenti accademici con tuga e
rendigote, ma che erano diversamente pittoreschi, coi loro cappelli a
larghe tese e le cravatte svolazzanti. Da parte sua il Renda era un bel
giovanottone bruno, riccioluto, il viso quadrato, una dentatura
smagliante, il torace atletico, la risata franca e sonora”. Con
volontà indomita e l’ingegno pronto, giunge presto a maneggiare
abilmente il mazzuolo e lo scalpello ed acquistare una propria personalità.
I suoi lavori, infatti, hanno un’impronta così caratteristica da farne
indovinare l’autore. Nei lunghi anni di una vita laboriosa ha creato
numerosissime opere, pur restando modesto, quasi timido, sdegnoso e
riservato, intento unicamente alla sua arte, incontentabile sempre della
sua opera, desideroso e tormentato sempre di raggiungere un’ideale
perfezione artistica.
(propr.
Museo Civico- Polistena) Giuseppe
Renda si affermò subito come scultore di una produzione varia e vasta
comparsa in molte Esposizioni italiane ed estere. La prima Esposizione
nazionale a cui prese parte fu quella di Palermo nel 1891-92 con un gesso
dal titolo “Angelo Caduto”
ed un marmo “Così mi ami”. Nella
mostra di Firenze del 1896-97 la sua statua in bronzo”Prima
ebbrezza” ebbe un bel successo e gli fruttò il premio di
Millecinquecento lire, e nello stesso anno “Prima
ubriachezza” esposta all’Internazionale di Monaco di Baviera,
riportò la medaglia d’oro di seconda classe e fu acquistata dal console
russo. L’anno
seguente, 1898, presentava alla Nazionale di Torino il busto in marmo”Voluttà”
che fu acquistato dal Marchese Torrigiani, e il busto”Ondina”,
un nudo a grandezza naturale, che ebbe un largo successo nel pubblico, e
la stampa italiana si occupò largamente della geniale e spontanea fattura
della bella creatura del mare che al mare scende con la mossa lesta delle
agili gambe. Fu quell’anno 1898 che il Renda ebbe successi strepitosi
nelle diverse esposizioni. “Estasi”,esposto
a Pietroburgo, fu acquistato dal gran Duca Wladimiro. Con l’opera
“Estasi” ebbe anche la medaglia d’oro a Bruxelles nel 1897. Il
bronzo “Clara”, inviato
all’Internazionale di Monaco di Baviera nel 1899, fu acquistato dal
Comitato dell’Esposizione. E così all’Esposizione Universale di
Parigi del 1900 ottenne una medaglia d’argento per il gruppo “Monelli
napoletani” ed a quella di S. Louis del 1904 unamedaglia d’oro con
l’opera “Dopo”. "DOPO" (proprietà
privata-riprod.vietata) Il
Renda fu membro delle Associazioni Artistiche: Società Promotrice Belle
Arti Salvatore Rosa di Napoli; Società Royale des Beaux Arts di
Bruxelles. Fu professore Onorario dell’Accademia di Belle Arti di
Napoli. In
occasione della mostra retrospettiva tenuta al Circolo Artistico di Napoli
nel 1942, Mattia Limoncelli, scrivendo a proposito di Renda, non mancò di
puntualizzare come il Renda, emigrato illustre, conservava nel suo cuore i
colori e gli affetti della sua terra natia: Egli
era portato a continuare i canti dionisiaci, i ditirambi della sua terra,
Polistena, ricca di tradizioni. .. La sua opera, nel suo aspetto più
rappresentativo può pertanto definirsi una serie di variazioni su una
frase fondamentale: quella del riso. Egli lo penetra, lo studia, lo fissa
fin dal suo primo apparire quando è soltanto uno stimolo, un preannunzio,
né sapreste con quali mezzi egli giunga a quell ’improvviso
dischiudersi, a quello sboccio, a quel prorompere che trasforma la materia
muta, opaca, accendendola in una sorgente di gioia, portandola talvolta
fino all’estrema tensione. Riso esplicito, cordiale”. Fra
le innumerevoli opere, sparse in tutto il mondo, va considerata opera
monumentale la “Fortuna”,
opera che abbiamo avuto il piacere di ammirare a Napoli, alcuni anni fa,
nello studio di via Tasso: Allora ci eravamo recati, a nostre spese, per
prendere i primi contatti con gli eredi Renda- Majolo. In quell’
occasione, la nipote di Renda, prof.ssa Gabriella Maiolo, per soddisfare
una nostra richiesta, telefonò alla fonderia Chiurazzi di Napoli per
sapere quanto potesse costare la fusione in bronzo della colossale opera,
nel caso potesse interessare Polistena. E i dirigenti della fonderia,
proprio per omaggio a Renda, avevano fatto capire che con circa 14 milioni
avrebbero potuto fondere quello che, secondo noi, poteva essere la
migliore idea per un monumento all’emigrato. Gli eredi Renda avevano
anche accettato quanto da noi richiesto e, cioè, di donare buona parte
dei calchi ed opere conservate nello studio di via Tasso. La condizione
era quella della fusione della “Fortuna”(il cui originale sarebbe
rimasto pure a noi) e l’apertura di un museo che avesse potuto custodire
gli originali non solo del Renda ma di tutti gli artisti polistenesi.
Tutto questo svanì nel nulla e, come in passato Polistena ha perso gli
originali di Francesco Jerace che ora sono in bella mostra a Catanzaro,
oggi noi siamo responsabili della mancata esposizione a Polistena delle
opere di Giuseppe Renda.
“In
una foto databile al 1904 è riprodotto un bozzetto in gesso con
l’immagine di una giovane donna nuda in atto di sospingere,
senza apparente sforzo, una grande ruota di carro. La figura è
ripresa mentre ride, come compiaciuta della bellezza e della
vitalità del suo florido corpo, presentato in una visione quasi
frontale che esalta la grazia e l’armonia del movimento. E’
la prima versione di quella che sarà l’opera forse più felice,
certo più rappresentativa della lunga attività artistica di
Giuseppe Renda. Di qui, da questa stupenda allegoria, alla quale
sono stati associati, di volta in volta, i valori positivi di
Fortuna, Prosperità, Progresso, inizia infatti la storia di
un’idea plastica la cui elaborazione e i cui vari esiti formali
accompagneranno l’opera del maestro lungo l’intero arco della
sua vita. Presentata
nella versione definitiva all’Esposizione Nazionale di Milano
nel 1906, dove riscosse un notevole successo, la grande scultura
resterà tuttavia allo stato di modello in gesso ancora molti anni
dopo la scomparsa dell’artista. E’ recentissima infatti la sua
traduzione in bronzo, voluta dalla Banca Popolare di Polistena,
l’amena cittadina calabrese che a Renda diede i natali e che
l’artista lasciò a soli quindici anni per cercare lavoro a
Napoli”.
Francesco Negri Arnoldi (
dal volume ”Giuseppe Renda”-Banca Popolare di Polistena-Electa
Napoli”
Foto di Luciano Pedicini)
Attualmente
l’opera originale de “La
Fortuna”, in gesso, viene
esposta nei piani superiori della Banca Antonveneta(già Banca Popolare di
Polistena), divenuta proprietaria dell’opera, la cui copia in bronzo
viene esposta nella corte interna. Anche le opere del maestro “Ondina”
, “Prima ebbrezza” e “Scugnizzo”
fanno parte del patrimonio artistico del predetto Istituto di Credito.
Giovanni Russo Direttore Museo Civico e Biblioteca Comunale di Polistena
Giuseppe
Renda: La cecatella e Testina di fanciullo (propr.
Museo Civico- Polistena)
PEPPE
RENDA
Che
gl’ importa se gli anni passano gravando sulla breve vita umana, che
gl’importa se nei capelli, nei baffetti e nel pizzetto aguzzi s’agita
la lotta del bianco e del nero con incontestabile prevalenza del primo?
Peppe Renda, come piace farsi chiamare, ha sempre l’animo giovane e la
fantasia spigliata dei bohemiens, tale quale come nei suoi primi anni. M’inganno?
No! Guardiamo la sua produzione artistica recente: essa ride, si muove,
svelta, capricciosa, civettuola come quella dei primi tentativi; avrà
potuto l’esperienza dell’Arte imprimere tocchi di stecca più
magistrali con risultati più efficaci e veritieri, ma la concezione è
sempre quella, quella che più garba all’artista ed al pubblico che
l’ammira e l’apprezza. Ricordo
la visita fatta al suo studio da uno straniero del Nord, che dopo avere
osservato le sue opere grandi e piccine sparse con bizzarra, ma artistica
confusione formante un insieme originale di allegra spensieratezza, ebbe
ad esclamare:<<Qui tutto ride>>. E rideano davvero le
testoline di bronzo, di cera, di gesso nei loro molteplici soggetti,
rideano nei loro multipli e civettuoli atteggiamenti, nelle loro varie
espressioni, nella unica concezione allegra, gaia sorridente, felice. Ridevano
da su e giù i cavalletti, da su le improvvisate mensole, da su il
davanzale, da su e sotto ogni oggetto sul quale potevano reggersi per non
ruzzolare;: qui, là, in alto, giù, sugli angoli per ogni dove…, ma lo
straniero nordico andò via senza acquistare alcun soggetto di quella
folla sorridente che se il bronzo, la creta, il gesso non potevano dare la
vita mobile, la plastica dell’artista aveva dato un’anima, una
espressione palpitante di vita gioconda. Scommetto che il resto di ciò
che voleva esprimere lo straniero gli rimase in gola; l’anima nordica se
può comprendere certe manifestazioni meridionali, è priva del fuoco
dello spirito del sentimento per farle proprie, per immedesimarsi e
possederle, è priva del sole; ma noi, no. Noi
amiamo, sentiamo, viviamo di quelle espressioni che sono la nostra vita,
di quel riso suggestivo che è sentimento sensibilissimo impressoci dal
nostro cielo diafano, dal nostro mare cobaltico, dal nostro sole
raggiante. Il
cav. Giuseppe Renda non è di quei che perde la poesia giovanile per
l’aggravarsi degli anni o per calvizie avanzata: egli ha innanzi agli
occhi del suo corpo la luminosità della natia Polistena, gaia come una
allegra campagnola assisa in mezzo alla grande pianura verde di Palmi, fra
amenissimi boschetti di profumati aranci, di Polistena che pur immergendo
il piedi nel mormorante Ierapotamo, trova altresì agilità diverse per
saltellare irrequietamente su per la collina morgezia, beata dell’ampio
orizzonte panoramico che domina, respirando l’aria salubre con la chioma
sciolta e scompigliata della brezza marina del Tirreno in vista; ha
innanzi la policromia partenopea del suo soggiorno nei suoi angoli più
caratteristici e pittorici per sentirsi giovane, sempre giovane. Il
cocco di papà,
La ragazza dei campi, Bozzetto
d’un ballo, i tre gioielli che s’ammiravano alla mostra di arte di
Reggio Calabria ci fanno pensare a qualche cosa in più, cioè che il Cav.
Renda con l’avanzare negli anni, fantasticamente ringiovanisce di più. Il
cocco di papà,
è una testina di bimbo sorridente, plasticamente squisita e di fusione
perfetta, oggetto di chi ha un’anima adolescente artisticamente bizzarra
e fantasticamente conquidente. La
ragazza dei campi,
altra testina sorridente, di fattura delicatissima, rievoca con nostalgico
sentimento quelle impressioni della nostra campagna, delle nostre
belle contadinotte. Bozzetto
di un ballo,,
gruppo di otto figurine, otto espressioni di ballerine gaie, gioconde,
liete nella voluttà delle danze, movimentatissime in una folata di
follia: una schiera in un groviglio di trine, merletti e molli sete
agitate dal ritmico cadenzato dell’armonie d’un valzer, in cui il
Renda impresse con mirabili tocchi tutta la vaporosità dell’ondata
gentile. Che
cosa sarebbe una poesia ed un’arte, le quali traessero sempre in campo a
guisa di spettri quelle figure e forme dell’antichità, delle quali più
non sussiste lo spirito o che volessero rappresentare la vita attuale o la
superficie della medesima, senza toccare giammai il profondo centro di
tutte le opinioni ed i sentimenti propri della modernità! Lo straniero
visitatore di cui ci occupammo, ci è rimasto ignoto; egli può desiderare
ancora che l’arte si ripeta monotona; noi no! Noi vogliamo che la
fantasia crei, crei sempre sia pure nell’espressioni sorridenti e il
nostro Renda ci accontenta ogni giorno con le sue opere d’arte sempre
nuove, sempre varie, sempre civettuole, sempre suggestive, sempre sopra più
sorridenti. Ma
con questo brevemente di sfuggita abbiamo detto qui di Peppa Renda
crediamo di avere esaminato l’Artista e di prospettarlo interamente al
giudizio dei lettori. E’ bene si sappia che il cenno di lui è una carta
da visita lasciata alla mostra di Reggio Calabria e non qui incomincia e
finisce l’opera del Cav. Renda. Chi
alle nostre glorie ha dedicato momenti della sua attività conosce da
molto tempo di Lui le molte e molte opere d’arte sparse all’Estero ed
in Italia: nelle Università, nei Licei, nelle piazze delle Metropoli, nei
cimiteri…nei salotti e negli studi degli intellettuali; poiché Renda ha
trattato l’arte austera e severa del Monumento e la decorativa delle
mensole, degli scrittoi, degli scaffali. I
tre soggetti esposti alla Biennale di Reggio Calabria appartengono a
quest’ultima manifestazione artistica del nostro concittadino con quella
cocotteria seducente, della quale gli riconosciamo il primato, che allegra
lo spirito, conquide l’occhio in una piacevolissima armonia di linee,
esalta il cuore.
Giuseppe
Prenestino (da
“Nosside”ottobre-novembre 1924)
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