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Domenico De Maio |
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Note autobiografiche |
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Ultimate
le scuole elementari – le uniche dell’epoca – mi trasferii dai
nonni paterni a Palmi dove frequentai le cinque classi del Ginnasio,
mentre la famiglia passava da un trasferimento all’altro sulla scia
del programma di edilizia popolare e scolastica avviato dal governo
fascista: Ricadi, S. Pietro
a Maida, Seminara, Melicuccà, Sinopoli, Cittanova (bombardamento). Poi,
nel 1945 dopo un avventuroso viaggio su un camion singhiozzante,
“sbarchiamo” a Reggio, dove, nel 1946 conseguii la maturità
classica presso il Liceo “Tommaso Campanella”. Nello stesso anno, mi
iscrissi presso la facoltà di Medicina dell’Università di Messina. Il tragitto Reggio-Villa San Giovanni era una vera e propria avventura: gli orari erano simbolici, si viaggiava sui carri merci, quindi all’impiedi e, una volta a Villa, l’imbarco non avveniva sulle agili navi traghetto quasi tutte in fondo al mare, bensi sugli scomodi zatteroni da sbarco lasciati dagli americani. Che, nelle condizioni di mare lungo, imbarcavano acqua da prua e riversavano da poppa. Per completare il disagio, ci si mise di mezzo anche il tifo petecchiale scoppiato a Salerno. Militari americani ci inondavano di DDT e segnavano una grande croce rossa sul palmo della mano destra che bisognava esibire al controllo. Ma anche in questa condizione drammatica, si mise di mezzo il comico: sembrava alle autorità militari che il braccio destro alzato ricordasse troppo il saluto romano, che noi, studenti, imitavamo alla perfezione…con evidente significato canzonatorio. Da qui la decisione di segnare l’avvenuta disinfestazione sul palmo della mano sinistra. Nel
dicembre del 1948, mio padre ottenne, da uno sbigottito ingegnere capo
del Genio Civile, il trasferimento a Milano (“signor De Maio,
pensateci bene…trasferirsi a Milano, con la famiglia, in una città
semidistrutta, e di inverno per giunta…pensateci qualche
giorno…”). Ma, ormai, il dado era tratto. Milano. Era una
giornata particolarmente rigida quella del 22 dicembre del 1948 quando
arrivammo nella “terra promessa”. Gli alberi, coperti di brina
sembravano enormi canditi; la nebbia (che allora ci sembrò fittissima)
sfocava i contorni delle cose e delle case; il sole era appena un
pallido globo rosaceo. Eravamo tutti forniti di un pesante cappotto (il
primo della nostra vita) confezionato con la stoffa donata dall’UNRA, United
Nations Relief and Rehabilitation Administration, ma non di guanti:
in breve le mani diventarono due paonazze e dolenti appendici. Carichi
di bagagli, percorremmo faticosamente via Vitruvio diretti verso Corso
Buenos Aires. Il “3” ci portò in via Montegani, in un appartamento
del secondo piano, riscaldato da una stufa a carbone fossile. Era
l’antivigilia di Natale del 1948. Prendeva l’avvio il periodo
milanese che si sovrapponeva a quello, eroico e talora drammatico,
vissuto in Calabria. Dopo
qualche giorno ero già iscritto al terzo anno di Medicina, continuando
e portando a compimento gli studi iniziati a Messina. Fu a Milano che, nel 1950, studente, conobbi Anna Maria Rovere, figlia di Giuseppe, appartenente alla famiglia Rovere di Laureana di Borrello, e di Amelia Sansone. L’incontro con Anna Maria, a sua volta studentessa presso il Conservatorio di Musica “Giuseppe Verdi”, fu una meteora che ricomparve, anni dopo, io già medico e alle prese con l’avvio della carriera, lei affermata soprano della Scala e dei più importanti teatri d’Italia e di Europa. Il secondo incontro fu decisivo per il comune destino: il matrimonio celebrato a Milano nel 1959 da cui nacquero Vincenzo Maria e Stefania che mi diedero la gioia di Chiara, Sofia e Andrea. Anna Maria conobbe solo Chiara, la protonipote, nata nel 1996. Morì nel giugno del 1998, dopo una breve e drammatica malattia.
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