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Col
trascorrere del secoli il concetto di “comune senso del
pudore” ha subìto in modo evidente degli stravolgimenti
abbissali. Nonostante ciò, ancora ai giorni nostri, si sente
parlare della questione della Morale Pubblica o del Buon Costume.
I ritmi caotici della moderna società ci portano a fare sempre
meno caso a quello che ci accade intorno e a dare poco peso a quei
valori che un tempo erano considerati sacri, e così quello che
una volta era considerato scandalo oggi non lo è più.
Nel
corso dei secoli, le condizioni sociali, economiche e culturali
quali la povertà e l’ignoranza non hanno fatto altro che
favorire ed accentuare quei fenomeni di mal costume che creando
scandalo all’interno di ogni comunità, sono sfociati, a volte,
in vera e propria
prostituzione. Tutto ciò si svolgeva in ambienti economicamente
poveri dove
la Chiesa
, intesa come istituzione, rappresentava l’unico baluardo a
difesa del vivere civile e cristiano, della dignità delle persone
e dell’integrità delle famiglie.
Evidentemente
anche le nostre terre non potevano rimanere immuni da tali
fenomeni.
Attraverso
alcuni documenti rinvenuti presso l’Archivio Storico Diocesano
di Mileto cercheremo di raccontare alcuni casi che hanno
interessato nel corso dell’800 la comunità di Anoia Inferiore e
che videro spesso per protagonisti uomini del luogo e donne
forestiere, e che, sebbene non costituiscano dei casi unici, ci
possono aiutare a comprendere quale aria tirasse in quel periodo.
Il
primo caso risale all’anno 1826 quando Anoia Inferiore contava
962 anime.[1]
Michele Chizzoniti del luogo, così si rivolgeva al vescovo di
Mileto accusando due donne, delle quali si riportano i loro nomi
ma non il luogo di origine, di svolgere “il mestiere più antico
del mondo” e di aver rovinato la famiglia di una sua figlia:
“A Sua Eccellenza
Reverendissima
Monsignor
Armentano Vescovo di Mileto
Eccellenza Reverendissima
Michele
Chizzoniti di Anoja, supplicando, vi rappresenta, che le donne
prostitute offendono lo stato, il candor della Religione, e
riducono
la Gioventù
oziosa, e procliva a vizii, deturpano finanche il pubblico
costume. E sotto questo Rapporto E. R. che appartiene alla vostra
Polizia, portarci occhio sopra, onde la morale conservasse quella
illibatezza, che li è propria, ed il Governo attenesse anche per
questa via quei salutari effetti, che non cessa raccomandare tutto
giorno alla vostra pietà, ed imparzialità pastorale.
Due
ve ne sono nel Comune di Anoja, Sebastiana Alvaro, e Rosa Delfino,
che meritano
la Vostr
’attenzione, anche perché in opposizione delle Reali
Prammatiche 3 e 5 De Meretricibus, abitano a lato della porta di
questa Chiesa Madre, con vitupero e scandalo di tutti, dando di
notte, e di giorno alito a chiunque voglia concorrere alla di loro
turpitudine, e laidezza.
Ante
Stabulum stant Diurni, nocturnive, causa questus, come diceva
Plauto, con rovina delle Anime, e della vita temporale di tante
buone Famiglie.
Eccellenza
Reverendissima. La perdizione di ogni specie che da tal gente
pestilenziale deriva fù conosciuta da tutte le Leggi, così
divine, che umane, ma tralasciando il capitolo 18 de’ Proverbi,
il 25 del Deuterionomio, ed il canone del Sagro Concilio di
Trento, Audite Distin: 36, e le tante leggi di ogni tempo,
richiamo l’attenzione di V. E. R. alla prom: del 17 Novembre
1798 per effetto della quale l’Augusto Sovrano Ferdinando Iº di
gloriosa ricordanza avea prescritto l’estirpazione del
meretricio, ed il di loro sfruttamento.
Eccellenza
Reverendissima. Sopra tali vedute mi conviene ricorrere della
vostra Pastorale pietà, affinchè informandovi della verità di
questo esposto, possiate dare quella provvidenza, perché queste
due prostitute fossero rinserrate in luogo di emenda, altrimenti
vedrassi perire frà poco più di uno tra le di loro sciagure come
in atto sta perendo la famiglia di una mia povera figlia casata
con D. Antonio Cirillo, che mediante si incantesimi, di detti due
lascive donne, ha perduto il merito, e si rovinò la casa.
L’attenda
dalla gran somma pietà dell’E. V. R. e lo spera.
Anoja
li Sei Aprile
1826”
[2]
Lo
stile e la presenza di numerose citazioni contenute
nell’istanza, ci fanno ipotizzare che l’autore materiale della
lettera possa non essere stato il Chizzoniti stesso ma qualcun
altro, forse uno dei due sacerdoti che in quell’anno c’erano
ad Anoia.[3]
Non conosciamo la professione del Chizzoniti né la sua condizione
sociale, ed è difficile immaginare che, in un periodo in cui
l’analfabetismo era pressoché totale, un popolano potesse
rivolgersi al vescovo citando le Sacre Scritture, disposizioni di
legge e citazioni in lingua latina. Se l’autore della lettera
fosse stato invece uno dei due sacerdoti, perorando la causa del
Chizzoniti che invocava l’intervento del vescovo con
l’auspicio che le due donne fossero addirittura arrestate,
avrebbe ottenuto il loro allontanamento con la conseguenza di far
cessare quel mercimonio che si svolgeva sotto i suoi occhi
abitando le stesse in una casa situata “a lato della porta di
questa Chiesa Madre”.
In
pari data, da parte della Curia Vescovile, fu apposta sullo stesso
foglio la seguente annotazione:
“Anoja
6 Aprile 1826 - Sebastiana Alvaro e Rosa Delfino pubbliche
meretrici in quel Comune.
In
S. Visita si darà riparo.”
In
effetti l’anno 1826 vide la venuta del vescovo di Mileto in
Santa Visita ad Anoia. Il 9 luglio, mons. Vincenzo Maria Armentano
(che per l’occasione alloggiò presso l’ex palazzo marchionale
ospite di D. Raffaele Lacquaniti),[4]
effettuò regolarmente
la Visita Pastorale
ma dalla lettura degli atti non si rileva alcuna menzione sulla
vicenda.
La
trattazione dell’argomento fu solo rimandata di qualche giorno,
tanto che il 13 luglio successivo il sacerdote Francesco Ruffo
provvedeva a stilare ed inviare alla Curia Vescovile di Mileto il
“Notamento delle Donne scandalose di questa Terra di Anoja
Inferiore, formato da me sottoscritto Economo Curato”
[5]
nel quale, una dopo l’altra, venivano elencate quattro donne
più la solita Alvaro ma senza fare menzione della Delfino:
“Rosa
Maduri convive con Giuseppe Porcino con scandalo
Teresa
Bertuccio diede scandalo, e si dice che non si è ravveduta
Sebastiana
Alvaro diede scandalo, ma al presente si dice che non lasciò la
succitata tresca
Felicia
Ceruso convive con d. Carlo Filarito con iscandalo come si dice
Maria
Antonia Politi è nel settimo mese di pura gravidanza come
assicura la mammana[6]
e si dice ch’ebbe commesso con Francesco Nicoletta di
Michelangelo.”
Anche
con
la Santa Visita
del 6 luglio 1843 - a cura del delegato vescovile canonico Bruno
Bruzzese - si ritrova un’altra annotazione in merito alla
“Pubblica Morale” e cioè viene scritto che “non vi ha in
quel paese
matrimoni separati
… ma
vi è
un pubblico
scandalo d’un
concubinato tra Antonio Francesco Riniti e Rosa Corvo, ch’è
forestiera. Sarebb’espediente allontanarla, perché così si
togliesse siffatto scandalo”.[7]
Un
caso ben più grave, risalente all’anno 1850, sconvolgeva la
vita civile e religiosa della popolazione di Anoia, e tutto questo
ci viene tramandato da una serie di corrispondenze dalle quali è
possibile evincere che il parroco di allora Francesco Lococo, fu
costretto a rivolgersi direttamente al vescovo per chiedere il suo
intervento presso le Autorità civili al fine di allontanare dal
paese ben quattro donne e l’intera famiglia di una di esse, che
davano pubblico scandalo attentando all’innocenza delle “povere
fanciulle” del luogo.[8]
L’arciprete,
il 1° agosto 1850, così scriveva:
“A
Sua Ecc. Rev. Monsignor Mincione Vescovo di Mileto
Eccellenza
Reverendissima
Rosaria
Pinticorvo, Maria Talia Pacchiana, Elisabetta Jemma, e Rosa Manno
appartenenti la 1a a Stillitanoni, la 2a
alle riviere di Reggio, la 3a a Maropati, e l’ultima
a Giffone, vennero ad abitare in questa mia Parrocchia da pochi
anni in qua.
Le
stesse col menare una vita scandalosissima, e senza alcun ritegno
si resero la pietra d’inciampo non solo di tutti gli uomini, ma
istruendo ancora alle povere fanciulle la sfacciatagine, si vedono
i miei filiani[9]
camminare per le vie della perdizione, portando ancora danno e
dissesti considerevoli nelle particolari famiglie. Specialmente la
nomata Rosa Manno, la quale vivendo col padre, e con la madre, ha
costoro per lenoni[10]
delle sue sciagure, come scandalosissimamente si conosce da questo
pubblico, e quindi in una casa quasi di pubblico lupanare a mano
franca, si lavora la rovina della gioventù sconsigliata, e si
dissemina il mal’esempio nel resto delle mie pecorelle. Io
pertanto non potendo più tollerare uno scandalo così
biasimevole, e di sommo pregiudizio ai miei filiani, e in
disimpegno de’ miei doveri lo partecipo a V. Ecc. Rev.ma e la
prego di darne subito conoscenza al Sig. Intendente, onde essere
sfrattate dal numero delle pecorelle a me affidate donne si
maledette, e specialmente la famiglia intiera di essa Rosa Manno
perché di orrore a tutto il paese, ed essere astretti a ritornare
ne’ loro paesi.
Chiedo
all’Ecc. V.a Rev.ma
la Pastorale Benedizione
e mi segno
Il
Parroco Francesco Lococo”
L’intervento
del vescovo di Mileto non tardò a venire ed il 10 agosto 1850,
accogliendo le richieste fatte da quel sacerdote, si interessò
del caso e scrisse all’Intendente di Reggio la seguente lettera[11]
avente per oggetto:
1º
Rosaria Pinticorvo di Stillitanoni
2º
Maria Talia Pacchiana di Reggio
3º
Elisabetta Jemma di Maropati
4º
Rosa Manno con i genitori di
Giffone
“Signor
Intendente
Nel
Comune di Anoja luogo di mia Diocesi le donne controsegnate al
margine oltre di menare una vita immorigerata con pubblico
scandalo, istruendo ancora alle povere fanciulle e giovinette la
sfacciatagine si vede quella popolazione camminare nella
corruzione con danno delle famiglie producendo dissesti e
discordie nelle medesime.
Ciò
premesso la prego Sig.r Intendente disporre lo sfratto
e l’allontanamento ne’ rispettivi Comuni ed obbligarle a
vivere per l’avvenire morigerate per non essere di ulteriore
danno alla Religione ed alla Società.
Sicuro
del di Lei noto zelo religioso me ne attendo le Disposizioni di
giustizia anticipandole la mia temutezza e significandole la mia
gratitudine per quanto si è degnato disporre per le altre Donne
di Casalnuovo.[12]
Il
Vescovo di Mileto”
Le
richieste fatte del presule miletese all’Intendente di Reggio
concordavano perfettamente con quelle del parroco di Anoia. Le
disposizioni di giustizia invocate prevedevano l’allontanamento
forzoso delle donne e l’obbligo di soggiorno nei loro paesi di
origine perché questa era la prassi nei casi analoghi e ne è
prova il ringraziamento fatto dal vescovo per quanto già disposto
in merito al caso delle donne di Casalnuovo.
L’Intendente della
Prima Calabria Ulteriore (Reggio), in data 17 agosto 1850,
rassicurava il Vescovo con una nota[13]
avente per oggetto il “Pubblico costume” comunicando
che:
“In
giornata ho disposto il convenevole per mezzo del Sotto Intendente
di Palme, acciò le scandalose donne di Anoja inferiore descritte
in margine del pregevole suo foglio del 16 corrente mese, fossero
sottoposte ad obbligo penale in polizia a desistere dal
malcostume.”
Qualche anno dopo, troviamo addirittura la disposizione di
un giudice che, accogliendo le richieste del vescovo, interviene
per far cessare una “illecita tresca”
che vede protagonisti un gentiluomo del luogo ed ancora una
volta una “signorina” proveniente da un paese vicino. Non
sappiamo di che cosa fossero accusati i due, ma è certo che la longa
manus della giustizia in difesa dei sani principi morali e
religiosi colpì inesorabilmente la donna dimenticandosi, però,
di interessarsi direttamente anche dell’uomo.
Questo
il testo della lettera del 24 marzo 1858[14]
che il giudice del Giudicato Regio del Circondario di
Cinquefronde (Prot. n.124
Oggetto: Pubblico costume) inviò
al Vescovo di Mileto:
“Illustrissimo
e Reverendissimo Monsignor Vescovo di Mileto
Illustrissimo e
Reverendissimo Monsignore
Nel
giorno ventidue di questo mese mi pervenne l’Autorevole foglio
di Vossignoria Illustrissima e Reverendissima del 20 stante n°
43, ed immediatamente per eseguire i suoi ordini, disposi al Capo
Urbano di Anoja Inferiore di fare accompagnare alla mia presenza
per mezzo di quella forza la immorale Teresa Scopelliti di
Domenico, ed il drudo[15]
Cesare Francone per contrarre entrambi obbliganza di Polizia di
abbandonare la di loro illecita tresca e di vivere onestamente.
Subito che
la Scopelliti
verrà qui la farò obbligare ancora di sfrattare di Anoja e di
ritirarsi in Polistina propria patria e pregherò nel contempo
quel mio Sig.r Collega di vigilarla rigorosamente,
dando anche ordine al Capo Urbano di Anoja di arrestarla tutte le
volte che colà si fa vedere. In pari data ho dato conoscenza al
Sig.r Sotto Intendente del Distretto di quanto io ho
adoperato e vado ad operare in conformità degli ordini ricevuti
di V. S. I. e R.; ai quali era stretto mio dovere dar’esecuzione
perché questi sono gli ordini di Sua Maestà il Re (S.N.)
contenuti nel Sovrano Rescritto del 1852.
Il
Regio Giudice
D.
Castellani”
[1]
ASDM, Cart. Anoia, Vicariato.
[2]
ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.
[3]
ASDM, Cart. Anoia, Vicariato. Lo
Stato dei Sacerdoti di Anoja Inferiore
dell’anno 1826 riporta: d. Francesco Ruffo (di anni 56) e d.
Pasquale Costa (di anni 38).
[4]
G. QUARANTA,
La Confraternita
del Carmine di Anoia, Tip. Marafioti, Polistena 2003,
pag. 58n-59.
[5]
ASDM, Cart. Anoia, Vicariato.
[7]
G. QUARANTA,
La Confraternita
…(op. citata), pag. 77.
[8]
ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.
[10]
Ruffiani intermediari.
[11]
ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.
[12]
Casalnuovo era l’antico nome dell’attuale Cittanova.
[13]
ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.
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