Chiesa e Prostituzione
ad Anoia nell’800*
di Giovanni Quaranta

    

  

Col trascorrere del secoli il concetto di “comune senso del pudore” ha subìto in modo evidente degli stravolgimenti abbissali. Nonostante ciò, ancora ai giorni nostri, si sente parlare della questione della Morale Pubblica o del Buon Costume. I ritmi caotici della moderna società ci portano a fare sempre meno caso a quello che ci accade intorno e a dare poco peso a quei valori che un tempo erano considerati sacri, e così quello che una volta era considerato scandalo oggi non lo è più.

Nel corso dei secoli, le condizioni sociali, economiche e culturali quali la povertà e l’ignoranza non hanno fatto altro che favorire ed accentuare quei fenomeni di mal costume che creando scandalo all’interno di ogni comunità, sono sfociati, a volte, in  vera e propria prostituzione. Tutto ciò si svolgeva in ambienti economicamente poveri dove la Chiesa , intesa come istituzione, rappresentava l’unico baluardo a difesa del vivere civile e cristiano, della dignità delle persone e dell’integrità delle famiglie.

Evidentemente anche le nostre terre non potevano rimanere immuni da tali fenomeni.

Attraverso alcuni documenti rinvenuti presso l’Archivio Storico Diocesano di Mileto cercheremo di raccontare alcuni casi che hanno interessato nel corso dell’800 la comunità di Anoia Inferiore e che videro spesso per protagonisti uomini del luogo e donne forestiere, e che, sebbene non costituiscano dei casi unici, ci possono aiutare a comprendere quale aria tirasse in quel periodo.

Il primo caso risale all’anno 1826 quando Anoia Inferiore contava 962 anime.[1] Michele Chizzoniti del luogo, così si rivolgeva al vescovo di Mileto accusando due donne, delle quali si riportano i loro nomi ma non il luogo di origine, di svolgere “il mestiere più antico del mondo” e di aver rovinato la famiglia di una sua figlia:

 A Sua Eccellenza Reverendissima

Monsignor Armentano Vescovo di Mileto

 Eccellenza Reverendissima

Michele Chizzoniti di Anoja, supplicando, vi rappresenta, che le donne prostitute offendono lo stato, il candor della Religione, e riducono la Gioventù oziosa, e procliva a vizii, deturpano finanche il pubblico costume. E sotto questo Rapporto E. R. che appartiene alla vostra Polizia, portarci occhio sopra, onde la morale conservasse quella illibatezza, che li è propria, ed il Governo attenesse anche per questa via quei salutari effetti, che non cessa raccomandare tutto giorno alla vostra pietà, ed imparzialità pastorale.

Due ve ne sono nel Comune di Anoja, Sebastiana Alvaro, e Rosa Delfino, che meritano la Vostr ’attenzione, anche perché in opposizione delle Reali Prammatiche 3 e 5 De Meretricibus, abitano a lato della porta di questa Chiesa Madre, con vitupero e scandalo di tutti, dando di notte, e di giorno alito a chiunque voglia concorrere alla di loro turpitudine, e laidezza.

Ante Stabulum stant Diurni, nocturnive, causa questus, come diceva Plauto, con rovina delle Anime, e della vita temporale di tante buone Famiglie.

Eccellenza Reverendissima. La perdizione di ogni specie che da tal gente pestilenziale deriva fù conosciuta da tutte le Leggi, così divine, che umane, ma tralasciando il capitolo 18 de’ Proverbi, il 25 del Deuterionomio, ed il canone del Sagro Concilio di Trento, Audite Distin: 36, e le tante leggi di ogni tempo, richiamo l’attenzione di V. E. R. alla prom: del 17 Novembre 1798 per effetto della quale l’Augusto Sovrano Ferdinando Iº di gloriosa ricordanza avea prescritto l’estirpazione del meretricio, ed il di loro sfruttamento.

Eccellenza Reverendissima. Sopra tali vedute mi conviene ricorrere della vostra Pastorale pietà, affinchè informandovi della verità di questo esposto, possiate dare quella provvidenza, perché queste due prostitute fossero rinserrate in luogo di emenda, altrimenti vedrassi perire frà poco più di uno tra le di loro sciagure come in atto sta perendo la famiglia di una mia povera figlia casata con D. Antonio Cirillo, che mediante si incantesimi, di detti due lascive donne, ha perduto il merito, e si rovinò la casa.

L’attenda dalla gran somma pietà dell’E. V. R. e lo spera.

Anoja li Sei Aprile 1826” [2]

 

Lo stile e la presenza di numerose citazioni contenute nell’istanza, ci fanno ipotizzare che l’autore materiale della lettera possa non essere stato il Chizzoniti stesso ma qualcun altro, forse uno dei due sacerdoti che in quell’anno c’erano ad Anoia.[3] Non conosciamo la professione del Chizzoniti né la sua condizione sociale, ed è difficile immaginare che, in un periodo in cui l’analfabetismo era pressoché totale, un popolano potesse rivolgersi al vescovo citando le Sacre Scritture, disposizioni di legge e citazioni in lingua latina. Se l’autore della lettera fosse stato invece uno dei due sacerdoti, perorando la causa del Chizzoniti che invocava l’intervento del vescovo con l’auspicio che le due donne fossero addirittura arrestate, avrebbe ottenuto il loro allontanamento con la conseguenza di far cessare quel mercimonio che si svolgeva sotto i suoi occhi abitando le stesse in una casa situata “a lato della porta di questa Chiesa Madre”.

 

In pari data, da parte della Curia Vescovile, fu apposta sullo stesso foglio la seguente annotazione:

“Anoja 6 Aprile 1826 - Sebastiana Alvaro e Rosa Delfino pubbliche meretrici in quel Comune.

 In S. Visita si darà riparo.”

 

In effetti l’anno 1826 vide la venuta del vescovo di Mileto in Santa Visita ad Anoia. Il 9 luglio, mons. Vincenzo Maria Armentano (che per l’occasione alloggiò presso l’ex palazzo marchionale ospite di D. Raffaele Lacquaniti),[4] effettuò regolarmente la Visita Pastorale ma dalla lettura degli atti non si rileva alcuna menzione sulla vicenda.

 

La trattazione dell’argomento fu solo rimandata di qualche giorno, tanto che il 13 luglio successivo il sacerdote Francesco Ruffo provvedeva a stilare ed inviare alla Curia Vescovile di Mileto il “Notamento delle Donne scandalose di questa Terra di Anoja Inferiore, formato da me sottoscritto Economo Curato” [5] nel quale, una dopo l’altra, venivano elencate quattro donne più la solita Alvaro ma senza fare menzione della Delfino:

“Rosa Maduri convive con Giuseppe Porcino con scandalo

Teresa Bertuccio diede scandalo, e si dice che non si è ravveduta

Sebastiana Alvaro diede scandalo, ma al presente si dice che non lasciò la succitata tresca

Felicia Ceruso convive con d. Carlo Filarito con iscandalo come si dice

Maria Antonia Politi è nel settimo mese di pura gravidanza come assicura la mammana[6] e si dice ch’ebbe commesso con Francesco Nicoletta di Michelangelo.”

 

Anche con la Santa Visita del 6 luglio 1843 - a cura del delegato vescovile canonico Bruno Bruzzese - si ritrova un’altra annotazione in merito alla “Pubblica Morale” e cioè viene scritto che “non vi ha in quel  paese  matrimoni  separati …  ma  vi  è  un  pubblico  scandalo  d’un concubinato tra Antonio Francesco Riniti e Rosa Corvo, ch’è forestiera. Sarebb’espediente allontanarla, perché così si togliesse siffatto scandalo”.[7]

 

Un caso ben più grave, risalente all’anno 1850, sconvolgeva la vita civile e religiosa della popolazione di Anoia, e tutto questo ci viene tramandato da una serie di corrispondenze dalle quali è possibile evincere che il parroco di allora Francesco Lococo, fu costretto a rivolgersi direttamente al vescovo per chiedere il suo intervento presso le Autorità civili al fine di allontanare dal paese ben quattro donne e l’intera famiglia di una di esse, che davano pubblico scandalo attentando all’innocenza delle “povere fanciulle” del luogo.[8]

 

L’arciprete, il 1° agosto 1850, così scriveva:

“A Sua Ecc. Rev. Monsignor Mincione Vescovo di Mileto

Eccellenza Reverendissima

Rosaria Pinticorvo, Maria Talia Pacchiana, Elisabetta Jemma, e Rosa Manno appartenenti la 1a a Stillitanoni, la 2a alle riviere di Reggio, la 3a a Maropati, e l’ultima a Giffone, vennero ad abitare in questa mia Parrocchia da pochi anni in qua.

Le stesse col menare una vita scandalosissima, e senza alcun ritegno si resero la pietra d’inciampo non solo di tutti gli uomini, ma istruendo ancora alle povere fanciulle la sfacciatagine, si vedono i miei filiani[9] camminare per le vie della perdizione, portando ancora danno e dissesti considerevoli nelle particolari famiglie. Specialmente la nomata Rosa Manno, la quale vivendo col padre, e con la madre, ha costoro per lenoni[10] delle sue sciagure, come scandalosissimamente si conosce da questo pubblico, e quindi in una casa quasi di pubblico lupanare a mano franca, si lavora la rovina della gioventù sconsigliata, e si dissemina il mal’esempio nel resto delle mie pecorelle. Io pertanto non potendo più tollerare uno scandalo così biasimevole, e di sommo pregiudizio ai miei filiani, e in disimpegno de’ miei doveri lo partecipo a V. Ecc. Rev.ma e la prego di darne subito conoscenza al Sig. Intendente, onde essere sfrattate dal numero delle pecorelle a me affidate donne si maledette, e specialmente la famiglia intiera di essa Rosa Manno perché di orrore a tutto il paese, ed essere astretti a ritornare ne’ loro paesi.

Chiedo all’Ecc. V.a Rev.ma la Pastorale Benedizione e mi segno

Il Parroco Francesco Lococo”

 

L’intervento del vescovo di Mileto non tardò a venire ed il 10 agosto 1850, accogliendo le richieste fatte da quel sacerdote, si interessò del caso e scrisse all’Intendente di Reggio la seguente lettera[11] avente per oggetto:

1º Rosaria Pinticorvo di Stillitanoni

2º Maria Talia Pacchiana di Reggio

3º Elisabetta Jemma di Maropati

4º Rosa Manno con i genitori di  Giffone

 

“Signor Intendente

Nel Comune di Anoja luogo di mia Diocesi le donne controsegnate al margine oltre di menare una vita immorigerata con pubblico scandalo, istruendo ancora alle povere fanciulle e giovinette la sfacciatagine si vede quella popolazione camminare nella corruzione con danno delle famiglie producendo dissesti e discordie nelle medesime.

Ciò premesso la prego Sig.r Intendente disporre lo sfratto e l’allontanamento ne’ rispettivi Comuni ed obbligarle a vivere per l’avvenire morigerate per non essere di ulteriore danno alla Religione ed alla Società.

Sicuro del di Lei noto zelo religioso me ne attendo le Disposizioni di giustizia anticipandole la mia temutezza e significandole la mia gratitudine per quanto si è degnato disporre per le altre Donne di Casalnuovo.[12]

Il Vescovo di Mileto”

 

Le richieste fatte del presule miletese all’Intendente di Reggio concordavano perfettamente con quelle del parroco di Anoia. Le disposizioni di giustizia invocate prevedevano l’allontanamento forzoso delle donne e l’obbligo di soggiorno nei loro paesi di origine perché questa era la prassi nei casi analoghi e ne è prova il ringraziamento fatto dal vescovo per quanto già disposto in merito al caso delle donne di Casalnuovo.

 L’Intendente della Prima Calabria Ulteriore (Reggio), in data 17 agosto 1850, rassicurava il Vescovo con una nota[13] avente per oggetto il “Pubblico costume” comunicando che:

“In giornata ho disposto il convenevole per mezzo del Sotto Intendente di Palme, acciò le scandalose donne di Anoja inferiore descritte in margine del pregevole suo foglio del 16 corrente mese, fossero sottoposte ad obbligo penale in polizia a desistere dal malcostume.”

 Qualche anno dopo, troviamo addirittura la disposizione di un giudice che, accogliendo le richieste del vescovo, interviene per far cessare una “illecita tresca”  che vede protagonisti un gentiluomo del luogo ed ancora una volta una “signorina” proveniente da un paese vicino. Non sappiamo di che cosa fossero accusati i due, ma è certo che la longa manus della giustizia in difesa dei sani principi morali e religiosi colpì inesorabilmente la donna dimenticandosi, però, di interessarsi direttamente anche dell’uomo.

Questo il testo della lettera del 24 marzo 1858[14] che il giudice del Giudicato Regio del Circondario di Cinquefronde (Prot.  n.124 Oggetto: Pubblico costume)  inviò al Vescovo di Mileto:

“Illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Vescovo di Mileto

 Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore

Nel giorno ventidue di questo mese mi pervenne l’Autorevole foglio di Vossignoria Illustrissima e Reverendissima del 20 stante n° 43, ed immediatamente per eseguire i suoi ordini, disposi al Capo Urbano di Anoja Inferiore di fare accompagnare alla mia presenza per mezzo di quella forza la immorale Teresa Scopelliti di Domenico, ed il drudo[15] Cesare Francone per contrarre entrambi obbliganza di Polizia di abbandonare la di loro illecita tresca e di vivere onestamente. Subito che la Scopelliti verrà qui la farò obbligare ancora di sfrattare di Anoja e di ritirarsi in Polistina propria patria e pregherò nel contempo quel mio Sig.r Collega di vigilarla rigorosamente, dando anche ordine al Capo Urbano di Anoja di arrestarla tutte le volte che colà si fa vedere. In pari data ho dato conoscenza al Sig.r Sotto Intendente del Distretto di quanto io ho adoperato e vado ad operare in conformità degli ordini ricevuti di V. S. I. e R.; ai quali era stretto mio dovere dar’esecuzione perché questi sono gli ordini di Sua Maestà il Re (S.N.) contenuti nel Sovrano Rescritto del 1852.

Il Regio Giudice

D. Castellani”

 



[1] ASDM, Cart. Anoia, Vicariato.

[2] ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.

[3] ASDM, Cart. Anoia, Vicariato. Lo  Stato dei Sacerdoti di Anoja Inferiore dell’anno 1826 riporta: d. Francesco Ruffo (di anni 56) e d. Pasquale Costa (di anni 38).

[4] G. QUARANTA, La Confraternita del Carmine di Anoia, Tip. Marafioti, Polistena 2003, pag. 58n-59.

[5] ASDM, Cart. Anoia, Vicariato.

[6] Levatrice.

[7] G. QUARANTA, La Confraternita …(op. citata), pag. 77.

[8] ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.

[9] Parrocchiani.

[10] Ruffiani intermediari.

[11] ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.

[12] Casalnuovo era l’antico nome dell’attuale Cittanova.

[13] ASDM, Cart. Anoia, Miscellanea.

[14] Ibidem.

[15] Amante.

 

(*) Pubblicato su “Calabria Sconosciuta”, Anno XXVIII n. 107 Luglio-Settembre 2005