GIOVANNI RUSSO

                               

APPELLO

PER  LA CONSERVAZIONE DELLE RELIQUIE

DELL’ANTICA POLISTENA

 

 

Prima di addentrarci in quella che crediamo debba essere considerata una dura ma vera battaglia di civiltà, finalizzata alla conservazione delle poche reliquie rimanenti della vecchia Polistena, dobbiamo aver chiaro il concetto di “bene culturale”.

Questo è entrato solo da pochi decenni nella legislazione italiana secondo cui tutto ciò che appartiene alla nostra storia e testimonia il progresso e le vicende dell'umanità, va tutelato.

I beni archeologici o meglio quelle "cose, mobili ed immobili costituenti testimonianza storica di epoche, di civiltà, di centri o insediamenti la cui conoscenza si applica preminentemente attraverso scavi e rinvenimenti", vanno allo stesso modo salvaguardati, da parte dello Stato e degli Enti Pubblici in genere, contro ogni tentativo di speculazione.

Per archeologia non dobbiamo pensare solo ai ritrovamenti di opere antiche,  bensì anche a ciò che è più recente, e di questo si occupa l'archeologia medievale e moderna, che studia i primi centri abitati o le città e poi, con un logico sviluppo, anche l'archeologia industriale.

L’etimologia greca o bizantina di Polistena quale luogo “molto stretto”, è un’ipotesi alquanto attendibile per via dell’originario sito che era una piccola e stretta terra posta sulla riva sinistra del torrente Jerapotamo (ma va là, stranemente anche il nome di questo torrente è greco) ove si possono rilevare tutt’oggi i resti di parte del casale originario.

L’etimo greco è confacente alla posizione originaria del paese che, senza meno, era già presente durante il periodo bizantino, la cui cultura ebbe profonde radici e rimase a lungo vitale soprattutto nelle tradizioni religiose. L’introduzione in Calabria del culto di molti santi, prima venerati in Oriente, è da attribuirsi all’opera di propagazione svolta dai monaci basiliani che, al pari di altri luoghi della Regione, hanno qui importato il culto di S. Marina. Non va dimenticata l’attuale chiesetta di S. Anna (così intitolata, dai Milano, solo nel 1729), che può essere considerata una vera e propria grotta eremitica di quell’epoca.

Numerosi sono i siti archeologici delle varie epoche, trascurati e rovinati o rinvenuti, con scassi edilizi abusivi, nel territorio circostante Polistena.

Varie scoperte hanno permesso di arricchire la carta archeologica della zona e la stessa data di fondazione di Polistena, fissata al periodo bizantino dalla storiografia, sembrerebbe da rivedere.

Sul greto del torrente Jerapotamo fu rinvenuta un’ascia neolitica che ad Emilio Barillaro[1] parve una “reliquia d’insediamento etnico dell’età della pietra”. Altra ascia neolitica è quella che si conserva nel Museo Civico, proveniente anch’essa dall’area dello Jerapotamo.

I ritrovamenti archeologici, tra cui una cuspide di lancia protostorica ed i numerosi corredi funerari da tombe delle Contrade Belà e Villa, evidenziano una frequentazione del territorio e fanno ipotizzare la presenza di un qualche agglomerato urbano, prima e dopo l’epoca della colonizzazione magno-greca.

La felice collocazione geografica o istimica, lungo la strada tra Locri e la colonia Medma (Rosarno), rendeva il territorio polistenese di grande interesse. Ne offrono testimonianza i ritrovamenti di contrada Belà che si conservano nel Museo Civico di Polistena.

Anche l’età romana, poi, è attestata dalle importanti testimonianze affiorate nella contrada Villa, che è molto propinqua all’abitato di cui era probabilmente la necropoli. Di questi reperti vi è un’ampia campionatura superstite nel Museo cittadino. Sporadici reperti monetali concorrono a documentare una frequentazione del territorio nelle varie epoche di : Traiano (104-110 d.C.), Faustino II. (175), Julia Mennea (255 d. C.), Probo Marco Aurelio (276-282 d.C.), Alessandro Seva (281 d.C.)[2], unitamente ai riventimenti di : un solido di Tiberio III (698-705)[3], e di una moneta in oro della Repubblica Fiorentina, rinvenuta nel 1875, nella contrada Fra Giacinto e riconducibile all’epoca di Aldobrandino da Firenze, feudatario di Polistena.

La noncuranza dei proprietari dei terreni e la mancanza di sensibilità di varie amministrazioni, hanno contribuito, negli anni,  alle progressive e ricorrenti devastazioni.

Polistena storicamente affonda le proprie radici non solo nell’antichità, ma è ben attestata anche nel periodo bizantino ed in epoca medievale. Anche in questo caso, siamo di fronte al rinvenimento : di una moneta bronzea emessa dall’Imperatore Giovanni I° Zimisces (969-976)[4] ; di un denaro di Roberto d’Angiò (1309-1343)[5]; etc.

Le attestazioni cartacee duecentesche a noi pervenute si possono così riassumere:

-          1221 : Secondo il Taccone Gallucci[6], tra i 38 monasteri della Calabria meridionale, soggetti al “Breve” di papa Onorio III, indirizzato al Vescovo di Crotone ed all’abate di Grottaferrata, tre erano di Polistena : S. Maria di Ruvo, S. Maria di Placet e S. Maria di Carbonara. E’ evidente l’esplicito riferimento al territorio di Polistena;

-          1266 : Il Secreto di Calabria poneva in subappalto la gabella della Bagliva di Polistena : “A Costantino Crispello Venuto Imparaville et Joanne Pancalo de uncis aureis duabus tarenis tribus et granis quindecim in quibus secundum assertionem filii ejusdem Joannis dicebatur teneri per praedictum Joannem pro Gabella Bajulationis Polistinae uncias aureas duas et tarenos duos...”[7] ;

-          1269 : Tra i luoghi soggetti all’amministrazione del Giustizierato di Calabria, Polistena viene così citata : “Sanctus Georgius cum Sancto Donato, Sanctus Philippus, casale Melicuce et Polistensis, casale Ventriconis...”[8]. Mons. Valensise[9], nella sua preziosa monografia, non manca di riportare parte di un’ulteriore pergamena del Giustizierato di Calabria, tratta dall’Archivio di Stato di Napoli ( Registro 1269 C. fol. 109): “ Assegnaverunt Donatus etc...Magistris Rationalibus Magnae Curiae quaternos taxationis particularis pro anno tertia decima Indictionis apud Capuam de subscriptis terris...Melicucte S. Georgius cum S. Donatus Capsofori et Mechine, Melutie et Polistenae etc...”;

-          1269 : In una pergamena greca pubblicata con traduzione latina a fronte da Francisco Trinchera[10] e relativa alla cessione di alcuni poderi da parte di Flandina, vedova di Giovanni Gobitzo, al monastero di S. Maria di Campoforano, perchè ivi si edificasse un molino ad acqua, vengono così circoscritti i terreni : “...ab oriente est flumen Vacale; ab occidente praedia censuaria Gulielmi Arubballi et Peregrini filii presbyteri Ioannis et Iacobi Tzangari; a meridie via regia quae intrat et exit ex pago Placidi ad Polistina et ad Milostatum Cafurnum; a septentrionealia via quae vadit ad Sanctum Nicolaum Milli et alioversus; et ita clauduntur...”. E’ evidente come i monaci, oltre alle continue pratiche di pietà e di ascetismo, si dedicassero ai vari lavori agricoli se Flandina concede loro i terreni sopra indicati per l’impianto del mulino ad acqua. E di antichi mulini ad acqua, a Polistena e dintorni ve ne erano a bizzeffa;

-          1270 : Nella lettera che il Re scrive al Giustiziero per informarlo di aver ricevuto dai suoi messi, il 17 gennaio, i registri delle collette, novera Polistena, tra le terre del Giustizierato[11]

-          1270-1271 : Nella tassazione da parte del Giustiziario di Calabria, senza specificare alcun toponimo, vengono annoverati casali di S. Giorgio : “Sancto Martino seu Terranova cum plano suo, et Sancto Georgio cum casalibus...”. [12];

-          1276 : E’ ancora il Valensise[13] a riferire che la terra di Polistena viene ricordata (Registro 1270, C., fol.133) nel Cedulario del Giustizierato di Calabria, unitamente a Melicucco e Verticore (Ventriconi). Il prelato polistenese, ancora attingendo ai Repertori di Carlo De Lellis che riporta il documento tratto dal Registro 1316 A., fol. 22, non manca di sostenere che le “terre di Polistena e Melicucco furono riportate nel Cedulario di Calabria per la tassa di once sette e tarì quindici”. Da ciò il Pardi[14], sulla base della riduzione in grana 4.500 delle 7 once e 15 tarì, e considerando 12 grana a persona, ha calcolato che la popolazione che si può supporre vivesse, in quel momento, nei centri di Melicucco e di Polistena, fosse complessivamente di di 375 abitanti. Pochi si rispetto a Carbonara(675), Drosi(715), Clistò (914), Feroleto (910), Borrello (3158) , ma non tanto se si considera che S. Giorgio con S. Donato ne avevano 128, S. Filippo, convento situato nei pressi dell’attuale Cinquefrondi (4), Ventriconi (130);

-          1277 : Ancora nel Giustizierato[15] di Calabria, di cui risultò Iustitiario Gofrido de Polisi, ancora la cittadina venne annoverata tra i seguenti luoghi e terre: Sanctus Georgius cum Sancto Donato, Sanctus Philippus, casale Melicuce et Polistensis, Casale Ventriconis, Capsocherium, et Mulina, homines Jacoi Russi, casale Carboneri, casale Drosii, casale Anogii, Baropedium, homines Guillelmi de Gubitio…”;

-          1282-83 (1291 ?) : Epoca della probabile investitura di Aldobrandino da Firenze, quale Signore di Polistena. Secondo il Valensise[16] , morto Carlo I° d’Angiò, gli successe il figlio Carlo II, lo Zoppo, il quale puntò ad accrescere le buone relazioni che già correvano tra la corona di Napoli e la Repubblica Fiorentina. Ricche possessioni e grandi onori furono elargiti ai Fiorentini e, tra le terre che passarono sotto la dominazione di Signori Fiorentini, va annoverata Polistena. Dal 3° dei Repertori di Re Carlo II, alla facciata 85, il Valensise ebbe modo di trarre notizia di una importantissima concessione fatta al Aldobrandino di Firenze, quale 1° Signore delle Terre di Polistena e Melicucco: “Vir Magnificus Dominus Aldebrandinus de Florentia habet donationis titulo a Rege Casalia Polistinae et Melicoche in tenimento S. Georgii ex Ulteriore Parovincia Calabriae”. La collocazione archivistica riportata dal Valensise, subito dopo tale notizia, è la seguente : Registro  1291. A. foglio 383 (sic). Non è molto chiaro, a questo punto, quale fosse l’epoca esatta dell’investitura che, fino ad oggi, fu considerata come del 1291. Sta di fatto, però, che Aldobrandino de Acquerolo da Firenze, giudice, nel 1283, figurò possessore della terra di Anoia, oltre che titolare di un provvedimento contro l’Università di S. Giorgio per la custodia di quel castello : “Iudici Aldebrandino de Aquerolo de Florentia familiari, possidenti casale Anogii in pertinentiis Sancti Georgii, proviso contra universitatem dicte terre Sancti Georgii, pro custodia dicti Castri” [17]. Inoltre, lo stesso Aldobrandino figura in due documenti emessi[18] in Nicotera il 18 maggio ed il 15 giugno 1283.  Perchè Polistena e Melicucco, pur essendo nel tenimento di San Giorgio, ottengono l’investitura del feudo nel 1291 (se questa è la data vera della concessione ?). Il Valensise, comunque, rimane nel vago e non indica categoricamente il 1291. Egli propone il 1291 solo quale numero del registro. Quindi, potrebbe darsi che anche l’investitura di Polistena e Melicucco possa essere considerata come concessa tra il 1282 ed il 1283;

 

Omettiamo qui, per ovvie ragioni, l’ulteriore, abbondante documentazione dei secoli successivi.

L’immagine che si ha dell’originaria Polistena, è quella di un piccolo nucleo adagiato su di uno stretto crinale, naturale centro viario rispetto al territorio circostante. Il primo nucleo abitato è da individuarsi, infatti, proprio all’interno di quelle mura che, forse, garantivano un timido tentativo di difesa dagli attacchi esterni. Quelli ancora visibili sono resti di certo non appartenenti a manufatti già studiati e conosciuti e, nello stesso tempo, non certamente identificabili a primo impatto. Malgrado la scarsità degli elementi in nostro possesso, cercheremo di ricostruire la disposizione del nucleo originario.

Il tracciato di tali mura comprendeva tutta l’attuale via Muraglie, la via Santa Marina ove insisteva l’antica Chiesa Madre (oggi sede dell’INPS) dedicata all’omonima santa sita nell’antico quartiere detto La Piazza; la via per San Giorgio (oggi Via K. Marx) e si ricollegava oltre quella via che oggi viene indicata come via Pioppo, continuando verso l’area ove, successivamente, insistettero le antiche Chiese di San Ciriaco e di San Rocco.

Nel quartiere “La Piazza”, ove l’edilizia religiosa ed amministrativa aveva una significativa rappresentanza, bisogna ricercare l’insediamento originario del casale che, come abiamo appena dimostrato, era già presente nel duecento, proprio dove oggi resistono le antiche mura che si collegavano a quelle dell’antica Chiesa Madre.

Sporadici ed antichi frammenti marmorei, lapicidi, monetali, pietosamente raccattati dal sottoscritto ed ora conservati nel Museo Civico, oltre tantissimi pezzi custoditi nelle case private, sono la dimostrazione dell’imperdonabile errore che, in un batter d’occhio, si fece, distruggendo quello che era il luogo sacro più importante della cittadina. E pensare che una piccola campana[19] di quella chiesa, riportata nell’attuale Chiesa Matrice, reca un’iscrizione alquanto importante, secondo cui la stessa era stata fusa per la prima volta nel 1094.  

Nel quartiere “La Piazza” aveva sede anche l’Università (o meglio il Comune ) di Polistena.

Il documento[20] del tabulario Sabatini del 1669, indirizzato al Consigliere D. Tommaso Caravita, individua in tale area presenze alquanto significative della cittadina che era così gestita: “ Viene governata detta terra d’un Sindico e quattro Eletti, tutte persone civili, e si fa detta elettione per publico parlamento, quale s’unisce sopra il Ponte, sito alla Piazza, preceduti tre banni, et il Sindico che si ritrova nomina cinque persone civili, e quelle poi han da essere confirmate da Pubblico Parlamento, et escludendosi dal detto parlamento quelli che sono dal Sindico nominati, s’eliggono altri della detta Università, e dura detto Governo un anno, cominciando dal primo di settembre; la quale elettione si fa con intervento et assistenza del Capitaneo o Governatore, etiam che fusse forastiero, benchè non ha vota. V’è anche una casa per commodità di Vice Marchese, consistente in tre camere e camerino, con bassi terranei sotto per commodità di carceri”.

Nel documento del Sabatino, nel quartiere già specificato, oltre la Chiesa Madre, e tre piccole chiese, di cui una sotto il titolo del Carmine, (le altre erano quelle di S. Rocco e di S. Ciriaco), figurava il monastero di Santa Chiara. La chiesa di S. Rocco, ubicata nella contrada che ancora porta detto nome, figurò presente nella visita pastorale del vescovo mons. Marc’Antonio Del Tufo, del 1586. Stando, però, ad un manufatto con la raffigurazione di S. Marina[21], a tergo recante la data del 1441, da considerarsi lo stemma del Comune di Polistena che aveva lo jus patronato su tale Chiesa, essa può considerarsi chiesa della metà del sec. XV. La chiesa di San Ciriaco, ubicata nella parte alta da dove principiava il quartiere La Piazza e precisamente nell’attuale via Muraglie, sulla sinistra prima di arrivare al Calvario[22], era presente anch’essa nella già citata visita pastorale del 1586 ed aveva oltre che una propria confraternita, anche un piccolo ospedale, appunto detto di San Ciriaco. Qualche rudere della stessa, che si conservava ancora fino a pochi decenni fa, è stato fotografato da chi scrive per presentarlo quando sarà affrontata una piccola monografia su detta chiesa.

Il monastero delle Clarisse, invece, viene così descritto nel documento del Sabatino[23]: “V’è anco in detto quartiero il Monasterio Claustrale di Monache sotto il titolo di Santa Chiara, consistente la Chiesa in una trave coverta con intempiature di tavole, vi sono tre altari con cone et altri ornamenti, quali vieneno officiati da preti. Contiguo detta Chiesa si ritrova un’entrado coverto per commodità di parlatorio e da esso s’entra in detto Monasterio con cortile, chiostro coverto con offecine in piano e sopra d’esso sono le abitationi con tutte le commodità, nel quale risiedono trenta monache, sì figlie della detta terra  come forastiere, con regola, che dodici di quelle sono nominatele numerate (stante che come dicono, detto numero fu nel fondarsi detto monisterio) e quelle che stanno come capi, e morendo una di quelle ne subentra un’altra la più vecchia. Si mantiene detto Monasterio con entrade de loro doti, stante pagano ducati quattro cento per ciascuna”.

Nella fondazione[24] del convento delle Clarisse, avvenuta prima del 1612, non poco ruolo ebbe il Comune di Polistena se è vero come è vero che lo stesso, in epoca più tarda,  ancora pagava un censo annuo di ducati sei, acceso per agevolare la nascita della novella istituzione monastica. Così, infatti, è registrato nella Cronica del Convento della SS. Annunziata di S. Giorgio: “L’Università di Polis.a p. censo sop.a la casa fu di fra Vincenzo Carnevale dove fu fatto il Con.to delle Monache come p. Istr. deve annui d.ti sei”. [25]

Il convento, al pari di ogni altro edificio cultuale e civile, crollò col terremoto del 5 febbraio del 1783 e fu ripristinato in altra sede, nella nuova Polistena. Nelle liste di carico della Cassa Sacra, nella descrizione dei beni dell’istituzione monastica che era situata nella vecchia Polistena, proprio sulla via Pioppo ove ancora resiste il vistoso muraglione che si vorrebbe abbattere, fu così annotato[26] : “Possiede inoltre il diruto Convento circondato da pubbliche strade nell’antico suolo di Polistena”. E’ esplicito il riferimento all’antico suolo di Polistena.

Quanto poi alla Chiesa di Santa Maria di Monte Carmelo, che era situata nell’area dell’attuale Largo Carmine, proprio dove si vorrebbe far passare una nuova strada, è alquanto utile sapere che è stata fondata e dotata nel 1629 da D. Giulio Rodinò, con annesso piccolo cenobio o meglio un piccolo “Hospizio”. Tali ospizi erano piccoli conventi di due o tre religiosi non eretti formalmente. Anche tale istituzione crollò col terremoto del 1783, lasciando i segni di vistosi ruderi fino ad oggi visibili.

Quella che, più di recente, potrebbe considerarsi la più rilevante delle devastazioni, qualora venisse attuata, è il voler realizzare due strade (non necessarie se si considera che con i sensi unici si potrebbe risolvere il tutto) nel sito del originario casale di Polistena ove insiste la presenza di notevoli e rilevanti tracce di fondazioni e di vistosissimi muri antichi che ci ricordano gli eventi che hanno fatto la storia di quel posto.

Questo fu il perno principale attorno al quale si sono sviluppati, i successivi tessuti urbani, o meglio i quartieri :

Falletone o Solletone, comprendente la chiesa di Santa Venera, già presente nel 1498), il convento degli Agostiniani (fondato nel 1579) ed altre piccole chiese quali quella di San Giovanni, etc.);

Casalnovo (comprendente il palazzo marchesale con la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, il Convento dei Domenicani, la chiesa della SS. Trinità, il convento degli Osservanti sotto il titolo di S. Maria della Concezione, la chiesa di Santo Melanio, la chiesa di San Sebastiano, dell’Annunziata ed altre piccole chiese, fu originato certamente dall’incremento demografico del XVI secolo, epoca di grande espansione).

Ma ritornando all’originario impianto, non possiamo non sottoporre il lettore ad una considerazione su quella che è valutata tra le più antiche raffigurazioni della cittadina prima del terremoto del 1783, e, cioè, la stampa che correda la parte relativa a Polistena nel volume di Giovan Battista Pacichelli : Il Regno di Napoli in prospettiva (1701).

Ora, se da questa raffigurazione topografica andiamo ad escludere alcune chiese e le istituzioni conventuali e civili quali: la chiesa della SS. Trinità (dei primissimi anni del Cinquecento, sotto la quale figurava una antica grotta eremitica basiliana che solo nel 1728, dai Milano, venne in titolata a Sant’Anna), il convento e la chiesa degli Osservanti (1537), il convento e la chiesa dei Cappuccini (1540), il convento e la chiesa dei Domenicani (seconda metà del Cinquecento), il Convento e la chiesa delle Clarisse (già presente nei primi decenni del 1600), il palazzo dei Milano e le abitazioni coeve alla nascita dei nuovi quartieri), non rimane che il nucleo originario della cittadina su cui fanno spicco i campanili delll’antica Chiesa Madre e della Chiesa di Santa Chiara, significativi di una vita comunitaria condotta all’insegna della religiosità.

La superstite maglia viaria di quella zona denominata quartiere La Piazza, pur devastata dal terribile terremoto del 1783, conserva ancora parte del fascino originario e reca evidenti impronte medievali con strade strette che richiamano l’antico impianto, oltre che le superstiti mura, da considerare vere e proprie reliquie dell’antica Polistena.

E proprio di quel che rimane di tali mura (particolarmente di quelle sulla via Pioppo e quelle sulla via Karl Marx corrispondenti nell’area di Largo Carmine), testimonianze riconducibili alle origini di Polistena ed a ciò che rappresentarono nel corso dei secoli, si sta tentando (con due progetti già deliberati) di fare “tabula rasa”, col preciso intento di allargare quella di via Pioppo con la demolizione di una serie di mura alquanto significative (tra cui parte del campanile della Chiesa di Santa Chiara) e di aprire quella di Largo Carmine, dovendo, per tale operazione, distruggere, non solo i ruderi dell’antico insediamento e della chiesa di S. Maria del Carmelo, ma anche alcune case appartenenti a quello che più autenticamente si deve considerare il vero centro storico di Polistena, ove il popolino, dopo il terremoto, in mancanza di risorse, a differenza dei benestanti che costruirono i settecenteschi palazzi del nuovo quartiere Evoli, fu costretto ad adattare le proprie abitazioni sulle residuate muraglia .

Proprio perchè architettura povera, dovrebbe essere lasciata intatta, a testimonianza della miseria e dei sacrifici affrontati dalla povera gente!. 

Perché non si provvede, invece, a togliere tutte le sterpaglie presenti sul costone che da via Pioppo va fino a via delle Fabbriche, (che ostruiscono la fruizione di una serie di mura, stanze sotterranee, cunicoli, condotte che riconducevano l’ acqua al mulino della Chiesa e quant’altro), rendendo tali testimonianze ultramillenarie più visibili, dopo aver provveduto al loro consolidamento?

Perchè non pensare ad un’opera pubblica che preveda il recupero, il ripristino e la valorizzazione turistica di tali antiche vestigia, inserite nel contesto di un’area attrezzata di verde pubblico, in luogo di una ulteriore cementificazione ?

Tutto ciò, non solo ai fini della conservazione, ma anche per un profondo bisogno della cittadina che, nella continuità storica, saldi il passato all’avvenire.  

Si auspica che la sensibilità verso la propria storia possa essere provvidenziale per salvare, (almeno questa volta), dalla definitiva cancellazione, quanto resiste ancora alla deplorevole incuria degli uomini e all’ingiuria devastatrice del tempo.

Basta con gli errori del passato che hanno visto cancellato quel che rimaneva dell’antica Chiesa Madre, delle condotte dei vecchi mulini (fatti oggetto, in questi ultimi mesi di un uletirore abbattimento), dei ruderi dei vecchi conventi e di quanto altro non potrà essere più indicato alle nuove generazioni come parte sostanziosa del’antico patrimonio storico architettonico.

Solo la rinuncia a tali progetti, potrà salvare quella parte più antica e più nobile di Polistena; il che sarebbe come salvare anche la memoria dell’uomo, l’identità di un’intera collettività e, soprattutto, i valori della tradizione e della storia locale, che è cultura della popolazione. Diversamente, ognuno di noi si dovrà assumere le proprie responsabilità rispetto alla storia ed all’avvenire di una cittadina che, oltre al terremoto ed a tanti eventi catastrofici naturali, ha già ricevuto tante ingiurie e devastazioni sia pubbliche che private.

Se il casale polistenese, alquanto documentato nel Duecento, non era lì, chiediamo a coloro che, con la loro beata ignoranza, vanificano tali vestigia, che ci vengano ad indicare dov’era situata quella Polistena così ricca di regesti dell’epoca angioina.

Saremmo ben lieti di apprendere nozioni scientifiche di storia locale!

 

 

GIOVANNI RUSSO



[1] E. BARILLARO, Calabria, guida artistica e archeologica. Dizionario corografico. Cosenza 1972, p. 292.

[2] Tali monete,  trovate a Polistena, si trovano presso la Soprintendenza Archeologica della Calabria, con i numeri : 1288, 1289, 1290, 1291, 1297. Ringrazio, per tale indicazione, la dr.ssa Silvana Jannelli.

[3] G. GUZZETTA, Per la Calabria Bizantina. Primo censimento numismatico....in Calabria Bizantina. Istituzioni civili e topografia storica. Reggio Calabria, Gangemi, 1986, p. 258. Il Guzzetta, nella nota 41, la indica come “Acquisto del 1932 e, per il tipo, rimanda a V. Spahr, p. 44, n. 249.

[4] La moneta, rinvenuta da Francesco Baglio, nel 1980, nella località “Fontana Piazza”, toponimo sito subito dopo il ponte e fiume Vacale, è simile a quelle di Altano e di Melicucco, ed è stata pubblicata da G. RUSSO, Polistena nelle immagini di ieri. Palermo : Priulla, 1985, p.19, fig. 18.

[5] Moneta rinvenuta nel corso degli scavi per la demolizione dell’antica Chiesa Madre ed ora conservata nel Museo Civico, unitamente ad altre poco leggilbili, ma provenienti dalla stessa area. Per il tipo di denaro, cfr. M. CAGIATI, Le monete del Reame delle Due Sicilie da Carlo I d’Angiò a Vittorio Emanuele II, vol.1. Bologna 1968, p. 45 (rist. dell’ed. si Napoli 1911).

[6] D. TACONE GALLUCCI, Regesti dei romani pontefici per le chiese della Calabria. Città del Vaticano, 1902, pp. 134 ss.

[7] D. VALENSISE, Monografia di Polistena. Napoli, 1863, pp. 24-25.

[8] I REGISTRI DELLA CANCELLERIA ANGIOINA ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani, vol. XVII : 1275-1277, Napoli  1963, p. 60.

[9] D. VALENSISE. Monografia...cit., p. 25.

[10] F. TRINCHERA, Syllabus Graecarum Membranarum, Sala Bognese 1978, Facs. dell’ed. di Napoli 1865, pp. 466-469.

[11] I REGISTRI DELLA CANCELLERIA ANGIOINA..., vol. III : 1269-1279, rist. di Napoli 1968, p.160.

[12] I REGISTRI DELLA CANCELLERIA ANGIOINA..., vol. VI : 1270-1271, p. 155.

[13]  D. VALENSISE, Monografia...cit., p. 26.

[14] D. PARDI, I registri angioini e la popolazione calabrese del 1276, in Archivio Storico per le Province napoletane, a. XLVI, 1921,  p. 46.

[15] I REGISTRI DELLA CANCELLERIA ANGIOINA,  vol. XVII, Napoli 1963, p. 60, n. 104.

[16] D. VALENSISE, Monografia...cit., pp. 26-27.

[17] I REGISTRI DELLA CANCELLERIA ANGIOINA, vol. XXVI (1282-1283). Napoli 1979, p. 200. Per il Pellicano Castagna, la data di tale provvedimento è quella del 1282. Cfr. M. Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, vol. 1° (A-CAR). Chiaravalle Centrale 1984, p. 113. La data giusta, crediamo, possa considerarsi quella del 1283, corrispondente all’ex registro CXII studiato dal De Lellis.

[18] I REGISTRI DELLA CANCELLERIA ANGIOINA, v. XXVI...cit., p. 129, doc. n. 205 e p. 137, doc. n. 236.

[19] Cfr. G. RUSSO, Polistena : la Chiesa Madre 1783-1983. Rosarno 1995, pp. 46-47.

[20] Per il documento in questione, cfr. G. VERRINI, Per la revindica del territorio di Polistena aggregato a Casalnuovo. Polistena 1932, pp. 33-51, Allegato C.

[21] Per la raffigurazione di tale manufatto, cfr. G. RUSSO, Polistena nelle immagini di ieri. Palermo 1985, p. 21.

[22] Nell’area del Calvario era ubicato il Convento dei Cappuccini con chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie, fondati nel 1540. Distrutti dal terremoto del 1783, rimanevano, fino al 1985, vistose emergenze di ruderi che, con il beneplacido delle autorità preposte alla salvaguardia delle stesse, venivano rase al suolo definitivamente.

[23] G. VERRINI, Per la revindica ... cit., pp. 40-41.

[24] Circa la fondazione del convento, di cui ci occuperemo in altra sede, è d’uopo riportare quanto a proposito nella relazione ad limina del Vescovo di Mileto per il 1612, è annotato: “Monasterium Monialium iam dium coeptum iuxta formam a me praesunta mox perfectum erit; constituta illi dos est annuorum ducatorum trecentorum illius monetae, et pro recludendis in eo Puellis Sanctitatis vestra tantummodo beneplacitum expectatur...”. Cfr, ARCHIVIO SEGRETO VATICANO, Sacra Congreg. Concilii, Relationes Mileten, 523 A e B, anno 1612, f. 637.

[25] Cronica del Convento della SS.ma Annunciata della Terra di San Giorgio dè l’ordine di San Domenico, Dove si descrive il suo sito, Fondatione, Privileggij, obblighi, entrate, posessioni, censi, case ed appartenenti al sudetto. Fatica del P. lettore Fra Giuseppe Ammendolia di detta Terra Figlio del sudetto Con.to nell’anno M.DC.L.XXX, f. 49.

[26] ARCHIVIO DI STATO CATANZARO, Liste di carico 1792, Comune di Polistena, vol. 29, f. 271.

   

           

 

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