Fortunato Seminara

Adolescenza

Novella

 

                        

SCHEDA DI GIOVANNI RUSSO

presentata il 17 dicembre 2005 a Maropati (RC)

al 2° Convegno Nazionale organizzato dalla Fondazione Seminara

  

La novella “Adolescenza” di Fortunato Seminara, ouverture che precede Il Viaggio (1933) e Le Baracche (concepito nel 1934, ma pubblicato nel 1942), è apparsa, in due puntate (Anno XI, n. 10, Ottobre-XI e Anno XI, n.11-12, Novembre-Dicembre 1932-XI), su “Nosside”, rivista mensile di cultura, diretta da Don Arturo Borgese, scrittore, poeta, drammaturgo, conferenziere, critico letterario, regista e politico che caratterizzò Polistena per l’inteso fermento culturale ivi sviluppatosi.

 

Nosside, rivista fondata a Polistena nel dicembre del 1922 (ma conclusasi nel 1932, proprio quando per la prima volta ospitò lo scritto di Fortunato Seminara), aveva tratto la sua ragione di essere “dal desiderio ardente dell’animo nostro - così l’editoriale del numero di apertura- di sollevare a più vasta integrazione spirituale e morale le energie letterarie, artistiche e scientifiche della nostra regione che - destandosi dal torpore in cui è stata sin’oggi assopita - deve assurgere, nella vita contemporanea, a quelle altezze a cui ha diritto per il suo passato, lontano e recente, di lavoro, di patriottismo, di arte...”.

 

Numerosissimi furono i collaboratori, calabresi e non, tra cui vale la pena qui ricordare, particolarmente: Francesco Guglielmino, Gastone Rossi-Doria, Francesco Pititto, Giuseppe Morabito, Giuseppe De Cristo, Francesco Jerace, Eugenio Scalfari, Felice Battaglia, Vittorio Visalli, Vito Giuseppe Galati, Francesco Albanese, Alfredo Mortier, Francesco Perri (di questi, nello stesso numero dove venne ospitata la prima parte della novella di Seminara, venne pubblicata la lirica “La rondine del carro”), Enzo Misefari, Giovanni Alessio, Alberto Gallippi, Domenico Antonio Cardone, Luigi Colajanni, Alba Florio, Pasquale Scarfò (autore maropatese del quale, sul numero di Dicembre 1931, Nosside pubblicò un sonetto dedicato a Fortunato Cavallari) , Antonino Anile, Gaetano Sardiello, Nicola Giunta, Guglielmo Calarco, Luigi Parpagliolo, Giovanni Patari, Luigi Cunsolo, Alfonso Frangipane, Francesco Sofia Alessio, Francesco Filia, Giuseppe Casalinuovo, Gaetano Gallo, Vincenzo Gerace, Giuseppe Antonio Borgese, Giuseppe Maria Pellicano, Alberto Cavaliere, Napolione Vitale e tantissimi altri.

La prima formazione letteraria del Seminara, legata alle esperienze personali e alll’osservazione diretta della vita, non mancò di un periodo in cui aveva avvertito l’influenza dannunziana che, a 25 anni, abbandonò dopo aver distrutto tutto ciò che aveva prodotto per ricominciare da capo.

 

Rientrato, nel 1932,  dall’esperienza ginevrina, dove si era rifugiato da antifascista e dove aveva raffinato il suo bagaglio letterario addentrandosi nella lettura delle opere di Gogol, Goethe, Balzac, Zola, Dostoevskij, Tolstoj, non tralasciando i capolavori dei vari: Verga, Serao, Deledda, Misasi, Papini, Repaci, Alvaro, Silone e Moravia, non sappiamo se nella vicina Polistena abbia effettivamente frequentato quel salotto-cenacolo letterario ed artistico che ruotava intorno alla figura di Arturo Borgese, ubicato nel palazzo “Tigani” che, nel XIX secolo, era stato il palazzo dei fratelli Francesco e Michele Tigani, sacerdoti, ma anche oratori e rinomati letterati.

 

La frequentazione polistenese del Seminara sarà, comunque, duratura nel tempo, fino all’epoca della sua scomparsa. Chi non lo ricorda con il suo impermeabile beige, il cappello grigio e l’immancabile borsa, aspettare, dopo aver sbrigato le sue pratiche nei vari uffici,  che qualche amico lo accompagnasse a Maropati ?

 

Fu un assiduo frequentatore delle iniziative culturali organizzate dalla Biblioteca Comunale o degli appuntamenti più significativi della storia sociale della cittadina, non mancando della sua partecipazione, con un’apposita relazione dal titolo “Emigrazione in Calabria”, al convegno: “L’emigrazione calabrese dall’Unità ad oggi”, organizzato dalla Deputazione di Storia Patria per la Calabria, (Polistena, 6-7 e Rogliano, 8 dicembre 1980), cui aderirono numerosissimi e qualificati esperti del settore ed i cui atti furono pubblicati, dal Centro Studi Emigrazione di Roma nel 1982, a cura di Pietro Borzomati.

 

Tornando alla novella, va ricordato come fosse ben nota la diffidenza del Seminara rispetto alla narrativa commovente, intesa come espressione letteraria tradizionale. In lui vi fu , invece, la necessità e la volontà di sottrarsi ad una prosa strutturata che potesse apparire una mistificazione della realtà. 

 

Il testo della novella che qui si presenta, meno esteso e di argomento più circoscritto rispetto alla successiva produzione narrativa, ma non per questo fragile nella trama, nei contenuti e nella forma, può considerarsi uno scritto dalle forti analogie con la narrativa realista d’impegno sociale degradato e senza speranza.

 

“Adolescenza” assolve ad una funzione precisa nel delineare sia l'analisi della situazione esistenziale,  sia il dramma del protagonista e di tutti gli altri personaggi.

 

La tipologia di quest’ultimi costituisce uno degli elementi fondamentali dell’intera narrazione da cui traspare, implacabile, la cultura arcaica e contadina del Sud, spesso chiusa in una cappa di mistero, di credenze, di superstizioni, di destini e di lutti. Nella novella è possibile rintraciare squarci di profonda umanità nelle frequenti rievocazioni di usi e costumi del mondo contadino e pastorale della terra di Maropati o di Galato le cui donne, al pari di quelle di San Giorgio Morgeto, in altri tempi, erano dedite non solamente all’agricoltura, ma anche all’edilizia, con il racogliere, nel greto delle fiumare pietrame, o assistendo, nella qualità di trasportatrici, i muratori.

 

Nunzio è un fanciullo che trascorre la sua vita di stenti dopo la scomparsa del padre, in un ambiente paesano carico di pregiudizi ed abitudini, alla ricerca di un lavoro che potesse cancellare la condizione miserevole della sua famiglia. 

 

Non si può sfuggire alle leggi della povertà e del bisogno: il lavoro deve essere continuato, anche se si è in tenerissima età.

 

Nunzio, riappropriandosi, quindi, dell'identità paterna, e rivestendo in tutto e per tutto il suo ruolo sociale, ecco che si avvia a ripercorrere deterministicamente la sua sorte, da emarginato, quasi fatto bersaglio di una cieca violenza sia da parte dei compagni che si rivalgono della loro misera condizione su di lui, incapace di reagire e sottomesso ad ogni forma di oppressione, ma anche dalla ragazza con cui si accompagna che,  pur cercandolo spesso, non perde occasione per ranpognarlo col termine  “becco”.

 

I temi e l'ambientazione della novella, se da una parte denotano un interesse dell’autore per le problematiche sociali e per la vita nelle campagne, o un’efficace rappresentazione della vita agro-pastorale di Maropati e dintorni, sono anche narrazione densa di aspetti emotivi e psicologici che ci portano a comprendere le grandi difficoltà che Nunzio ha dovuto attraversare.

 

Il ragazzo è vittima di quella condizione di degradazione, che accetta come conseguenza logica delle leggi dell’ambiente misero e della vita. La sua è una triste e sorda acquiescenza, priva di prospettive di riscatto.  Alla foga nel lavoro si accompagna un carattere sempre più chiuso, ma anche pronto, apparentemente, a subire senza protestare.

Il suo carattere, come lo conosciamo fin dall'inizio della novella, pronto alle meravigliose scoperte della vita, ha iniziato a trasformarsi dopo aver conosciuto l’infatuazione. L’adolescenza, come si sa, costituisce l’età degli innamoramenti che sono spesso intensi e brevi.  Gli adolescenti sono alla ricerca della propria identità, cercano di affermare se stessi e sono poco disposti a plasmarsi sui desideri dell’altro. Nunzio è alla ricerca di quella che dovrà essere la sua personalità adulta. Fa delle esplorazioni, assumendo prima un ruolo poi un altro. La sua personalità parziale lo porta ad innamorarsi di un certo tipo di ragazza, che viene però abbandonata quando ne viene sperimentata un altra.

 

Ogni frangente della breve e, se vogliamo, drammatica narrazione, fatta in prima persona dall’adolescente protagonista, presenta tanti aspetti emotivi e psicologici. Il suo gesto finale è inconsapevole, è un raptus improvviso dettato dal subconscio ed alimentato dal ritmo incalzante delle suggestioni destate in lui dall’odio-amore di Tonia, una ragazza che, sostanzialmente, egli rifiuta. Di queste teorie si fa portatore questa breve novella che trova giustificazione e spiegazione nel vissuto infantile del protagonista, ma anche nella mentalità atavica di un certo mondo rurale.

 

 

Giovanni Russo

 

  

 

 

  

 

Arturo Borgese, direttore della rivista “Nosside” e copertine dei numeri che hanno ospitato la novella “Adolescenza” di Fortunato Seminara

 

 

  

 Intervento di Fortunato Seminara al Convegno “L’emigrazione calabrese dall’unità ad oggi”

 

 

 

 Fortunato Seminara nel Salone delle Feste in occasione dell’inaugurazione dei nuovi locali

dell’Ospedale “Santa Maria degli Ungheresi” di Polistena (1974)

  

 

 

 

Fortunato Seminara nel Salone delle Feste di Polistena, in occasione di una conferenza

del Prof. Pietro Borzomati (Deputato di Storia Patria per la Calabria)

 


 

    

    

Adolescenza

novella di

FORTUNATO SEMINARA

  

 

- Vuoi andare a guardare le capre di Frascantoni? - gli domandò una sera la mamma, tornando dal lavoro.

- Si. - rispose subito Nunzio, senza riflettere, come se avesse preparato da tempo quella risposta.

- Frascantoni m’ha detto che ti darà da mangiare; e darà poi qualcosetta anche a me... -

- Si. -

Sentiva che avrebbe fatto qualunque cosa per interrompere quella monotonia uggiosa che pesava  sulla sua fanciullezza come un’ombra, facendola intristire. Qualche volta aveva provato come una smania di fare qualcosa, di rendersi in qualche modo utile; e ora il pensiero di un’occupazione che gli assicurerebbe il pane e procurerebbe anche qualcosa alla mamma, più che invogliarlo, lo inorgogliva. Già da qualche tempo, dopo la morte del babbo, gli era capitato più di una volta di cacciare le mani sul graticcio del pane e di ritirarle vuote; e non aveva mai osato lamentarsi nè chiedere spiegazioni, giacchè una dolorosa esperienza gli aveva ben presto insegnato quel che un sottile ragionamento non avrebbe forse potuto far apparire chiaro alla sua mente.

- E quando andrò? - chiese impaziente.

- Anche domani, se vuoi.

- Si, domani.

Non provava alcun rammarico ad abbandonare la vita del borgo, dove la sua fanciullezza si era trascinata per le vie sudice, tra la gente sospettosa e cattiva che lo copriva d’ingiurie, dove aveva assaggiato solo qualche gioia fugace e assaporate molte amarezze. Gli pareva invece che, allontanandosi da quei luoghi, che non gli lasciavano ricordi piacevoli, e da quella gente, che nei suoi giudizii e nelle sue abitudini lo aveva quasi segnato come d’un marchio d’inferiorità, avrebbe acquistato un certo prestigio che lo solleverebbe nella considerazione di tutti. S’immaginava che il lavoro cancellerebbe dalla sua esistenza quell’impronta spregevole che gli dava la sua misera condizione, e che suo padre, il quale in tutta la sua vita non aveva fatto altro che picchiare la zappa nel campo degli altri e patire la fame, gli aveva lasciata in eredità.

Era come una vaga speranza di riabilitazione.

 

*

*  *

 

Ora Nunzio badava le capre di Frascantoni: la mattina le conduceva nel bosco o tra le fratte del declivio, e la sera le rimenava sazie sulla collina, in vetta alla quale sorgeva la casuccia che serviva di ricovero a lui e alle bestie. Anche in questa vita di capraio c’era la monotonia; ma non era quella del borgo, uggiosa, greve come un’aria irrespirabile: era variata, se non altro, dai mutamenti del tempo e dalla vicenda delle stagioni, che nella campagna sono come dei rinnovamenti di vita, come la gioia e la tristezza negli esseri umani. Ora la sua adolescenza si svolgeva rapida nella libertà della campagna, nel sole, in mezzo a una vita tra vegetale e animale; fioriva con la spontaneità di un’erba selvatica, senza costringimenti, senz’altra suggestione o guida che quella degl’istinti. Quella tensione di tutto il suo essere, vigilante nella difesa e pronto all’offesa, che, in mezzo ad un ambiente ostile, inaspriva in lui ogni manifestazione di sentimenti, e formava nel suo spirito come dei nodi, intorno ai quali stagnava ogni pensiero, ora si allontanava. Non più quello sguardo obliquo, pieno di luccichii maligni sul volto olivastro: gli occhi si aprivano ora come attoniti, sereni; e un insolito benessere lo inondava tutto. Vedeva la mamma solo in qualche giorno di festa, quando scappava per qualche ora al borgo e andava a cambiarsi la biancheria. Alle volte la incontrava sulla strada maestra, mentre ritornava colle capre sazie verso la collina: essa gli si avvicinava, gli aggiustava il bavero della giacca, gli ravviava la zazzera, gli spolverava il berretto; ma lui non la guardava in faccia, e si sottraeva a quelle amorevolezze con gesti di fastidio. Non cercava compagnie, anzi le sfuggiva, quando le rintoppava per la via, specialmente dopo che un giorno Nino il porcaio gli ebbe detto:

- O tu ?...Se non avessi trovato Frascantoni che ti dà da mangiare, la fame ti roderebbe le ossa. Ma sei sempre un servo, sei...

Non già che non desiderasse la compagnia, chè anzi talvolta si struggeva di comunicare con qualcheduno; ma rifuggiva con un orrore istintivo da tutto ciò che gli richiamasse alla memoria la sua miseria e gli rinnovasse le confuse angosce della fanciullezza. Quanto era dolce allora la solitudine su quella vetta di collina ! Quando di lassù guardava i monti in cerchio e le bassure laggiù e il mare in lontananza, provava quasi un’illusione di dominio. Alle volte, quando più gli pesava la solitudine, andava a veglia da una famiglia di mezzaioli in un podere vicino. Ma quella ragazza sudicia come un fruciandolo, coi cernecchi sugli occhi e con la bocca sempre spalancata nel riso o nella smorfia, che gli frugava sempre nelle tasche per trovare la bella cosa, gli dava a volte un senso di disgusto, invincibile. Quando le portava le noci o la ricotta, Tonia era tutta gentile, lo copriva di moine e gli andava a spillare anche un bicchiere di vino; se ci andava con le mani vuote, erano smorfiacce, scherni, dispetti: - Becco, eh !...

Spesso la madre della ragazza se ne stava accovacciata in un canto dell’aia, col marmocchio fra le braccia, ad imprecare contro il marito che tardava a ritornare, e a smaltire la sbornia. Tonia andava a sedersi accanto a Nunzio, gli si strofinava addosso come una gatta lasciva, gli faceva il solletico, e poi si slanciava per le viottole, aizzandolo e provocandolo a inseguirla: - Vieni, becco...

Qualche volta egli la secondava; altre volte, dopo aver cercato invano di acquietarla, si lamentava con la madre. Quella, senza buccicarsi, rispondeva con un mugolio indistinto; e quando Nunzio gridava più forte:

- Bada, eh, - ruggiva - che non ti levi l’onore, povero ragazzino...

E Tonia copriva le parole della madre con un fragore di risa.

- Non sei un uomo ? - soggiungeva la donna.

- Non sono certo una donna.

- No, non sei un uomo, se non sai dominare una donna, se non sai tenerla a segno, schiacciarla come una pulce, come dice mio marito.

- E se le faccio male ?

- Ammazzala ! tanto pane risparmiato...

E un riso senza suono le gorgogliava in gola; mentre Tonia, incoraggiata, raddoppiava  i suoi dispetti e le provocazioni. Ma se poi Nunzio le sferrava un pugno sul naso, facendola sanguinare, madre e figlia balzavano come due furie e gli rovesciavano addosso un diluvio d’imprecazioni, d’insulti e minacce:

- Tizzo spento...salsiccia ! Becco; va, che puzzi di caprino ! Se vieni ancora, non ti faccio ritrovare la via del ritorno...ti affetto...

- Bum ! - lanciava egli di rimando, dileguandosi per la viottola. Poi la tempesta passava, e una sera Nunzio vedeva comparire il marmocchio, moccioso, con la camicina a mezza pancia, che piantandoglisi dinanzi, borbottava:

- Mi manda Tonia. Ha detto che tu venga stasera e le porti una bella cosa..

 

*

*  *

 

Nunzio provava talvolta ribrezzo al pensiero che quel legame di un’amicizia passeggera con quella famiglia di mezzaioli potesse rafforzarsi e divenire più intimo: come se avesse dovuto internarsi a notte in una fitta selva, dove l’intrico dei rami e l’ombra producono il medesimo orrore per l’insidia nascosta e gl’incontri inaspettati.

Lì tutti si insultavano atrocemente per nulla, per poco più d’un nulla si picchiavano; e senza una manifesta ribellione si rivoltolavano nel disordine e nel sudiciume come il porco nel brago. Quell’uomo dall’aria dinoccolata, senza una volontà, arso da un solo desiderio: di bere, come se avesse dovuto affogare nel vino un pensiero molesto o una segreta angoscia; quella donna grassa, sempre in sudore, che forse inconsapevolmente, dopo una prima prova disgustosa, si trascinava nelle orme del marito; e quella ragazza, tristo fiore di pervertimento: davano come l’impressione di qualcosa  che si macera in fondo a un fossato, di rifiuti che fermentano. Rifuggendo da queste penose immagini, Nunzio sentiva il bisogno di rinfrancare il suo sentimento di uno spettacolo più lieto e più puro. Durante i mesi estivi una frotta di operaie galatresi discendevano lungo il fiume Metramo, raccogliendo la ghiaia sul greto e disponendola sulla via maestra a mucchi a distanza. Queste donne dovevano percorrere a piedi circa quattro miglia, per recarsi al lavoro, ed anche più, di mano in mano che si allontanavano dal loro paese che sorge in su verso la montagna; ed altrettanto ne dovevano percorrere la sera per rientrare alle loro case. Ma dall’alba al tramonto, senza stanchezza, camminando sulla via polverosa o stando curve sul greto del fiume nei pomeriggi afosi, coi piedi nell’acqua ghiaccia e la schiena al sole, o trasportando le ceste piene di ghiaia, esse cantavano, cantavano sempre. Tutta la campagna intorno taceva, oppressa dalla caldura; non una voce, non un suono, non un segno di vita: solo il canto e le voci delle donne di Galatro rompevano l’immenso silenzio, riempendo tutta la valle, salendo per i declivi fino alle vette delle colline.

Erano canzoni brevi, dalle note lunghe, strascicate, accarezzate con un intenso compiacimento e parlavano d’amore; erano cantilene accorate, sospirose, che non parlavano di dolore, e pure sembravano agitate da un tremito di pianto represso, sembravano morire in un singhiozzo; erano cori dalle note vivaci, modulati su un ritmo celere, accompagnati da voci imitanti il suono delle cornamuse. Erano polle fresche di canto che sgorgavano lentamente, spontaneamente; erano zampilli che erompevano per esuberanza nella desolata monotonia della vita che languiva; erano squilli...

Perchè quelle donne, che venivano di così lontano e stavano tutto il giorno a farsi bruciare dal sole e a rompersi la schiena sul greto, erano così allegre. Perchè invece le contadine erano taciturne, cupe come schiave.

Nunzio stava con le capre nel bosco, e quei canti gli giungevano a buffi, a ondate, suscitandogli per tutte le fibre dei brividi e dei fremiti indefinibili. Aspettava con  impazienza il mezzogiorno, per cacciare le capre giù per la china e condurle a meriggiare sotto i pioppi, dove c’era il fresco e le canzoni delle galatresi. Quando passava lì accanto le donne gli davano una voce: - O capraio, la fidanzata vi aspetta, era inquieta per voi...non può più dormire, non può più vivere senza di voi... - Eppoi rivolte a una ragazza esile, con una pezzuola a fiorami intorno alla testa: - O Mela, - dicevano - il tuo fidanzato arriva...

E le risa scoppiavano sonore.

Nunzio si sentiva come avvolto improvvisamente da una folata d’aria rovente e col viso in fiamme, senza fiatare, andava a sedersi poco discosto sotto i pioppi, mentre le capre si sparpagliavano nell’ombra. Un giorno, mentre avanzava lungo l’argine del fiume, cacciando innanzi le capre, da dietro ai ciuffi di rampolli di pioppo, da dietro ai cespugli di rovo, sbucarono a un tratto le donne come uno stuolo di gazze, alzando le mani e gridando:

- Fermo, fermooo !

Le capre, a quell’improvviso apparire, si sbandarono di quà e di là, si pigiarono le une o le altre, rinculando.

- Fermo ! Dovete darci un pò di latte per un’ammalata....

- No - muggì Nunzio, lanciandosi dietro le capre sbandate, per riunirle al branco.

- Ah !... - fecero le donne, sorprese da quel rifiuto reciso - allora non siete più un ragazzo simpatico. Ah ! la fidanzata... Oh, non è possibile che siate cambiato così a un tratto...Ci darete il latte, è vero.

- No. - ripetè Nunzio con voce adirata, rosso in faccia. - Levatevi davanti, lasciate passare le capre, sangue di...

Le donne si scansarono in silenzio; ma, quando egli fu passato, sfogarono il malumore, lanciandogli frizzi e motteggi. Poi, mentre stava disteso all’ombra e guardava distrattamente i campi di granturco inondati di sole, immobili nella caldura meridiana, vide venire su per il greto una ragazza. Ebbe un sussulto: era lei, Mela. Veniva innanzi lentamente, a capo chino, posando piano i piedi sui sassi e vacillando talvolta; il riverbero del suo vestito giungeva nell’ombra diffusamente, semprepiù vivo di mano in mano ch’ella s’avvicinava. Era snella, slanciata; la gonnella a pieghe le scendeva dritta fin su le caviglie, senza gonfiarsi intorno ai fianchi, e sul petto la camicetta era appena appena sollevata dai seni: in tutta la persona una pieghevolezza di giunco, una delicatezza di fiore palustre.

Nunzio la guardò venire innanzi, e quando la ebbe davanti si sentì tutto rimescolare; una vampa di sangue gli salì al viso. Le munse il latte, e, come per scusarsi, le disse :

- Non posso farmi scorgere. Se il mio padrone lo sapesse, mi manderebbe via.

 

 

*

*  *

 

Dopo quel giorno, mentre le capre stavano all’ombra a meriggiare, Nunzio si cacciava tra i cespugli d’erbe selvatiche nel fitto di un roveto, come un gatto selvatico, e di lì, nascosto agli occhi delle donne, stava a guardare lungamente quella ragazza che ora gli stava sempre davanti agli occhi.

Lì accanto il fiume mormorava tra gli argini bassi con una voce sommessa e monotona; di sopra i pioppi stendevano le loro braccia enormi, senza un brivido, senza un bisbiglio; i campi di granturco intorno dormivano nell’afa: e su tutta quella vegetazione riarsa, anelante in vano un respiro di frescura, l’immensa distesa del cielo, uguale, spietata, bianca come una volta di metallo. Rompevano quel desolato squallore le voci e i canti delle donne, che sembravano la sola cosa vivente in quel languire lento e disperato d’ogni esistenza. Nunzio, accoccolato tra l’erba, trattenea il respiro aspirando quell’armonia da tutti i pori e sentendosi invadere da una sottile ebbrezza. Da quelle voci e da quei canti nascevano altri suoni indefinibili che suscitavano nel suo essere innumerevoli vibrazioni, e avevano profonde risonanze, risvegliando energie sopite e sentimenti fino allora sommersi nell’incoscienza. Accanto a quella vita giovine, a quella fresca e soave femminilità, la sua adolescenza, pure abbandonata all’impulso degl’istinti o alle suggestioni della bestialità emanante da tutto ciò che lo circondava, si affinava, si esaltava, ritrovava la via verso la luce, come una vena d’acqua sotterranea, erompeva.

E allora lo assaliva un desiderio intenso di effondere la piena dei suoi sentimenti, di comunicare ad uno di quegli esseri i suoi fremiti, le sue tristezze, le sue gioie, e sentirlo gioire e rattristarsi insieme con lui. Ma le operaie si allontanavano ogni giorno più, seguendo il corso del fiume ; poi il lavoro finì, e tutta la valle ripiombò nel torpore e nel silenzio.

 

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*  *

 

L’estate entrava in agonia, ma non voleva morire ; e come una bestia ferita, si dibatteva furiosamente negli spasimi della morte. Giornate torbide, afose, piene di vapori che appesantivano l’aria; annuvolamenti rapidi, leggeri attraverso i quali filtrava una luce diffusa che distendeva sulla campagna come una cappa di caldura opprimente ; sereni che rompevano improvvisi, scoprendo un sole più cocente e più rabbioso di prima: così moriva l’estate.

Sul tramonto Nunzio guardava ancora le capre a brucare tra le fratte del declivio. A un tratto un canto lontano oscillò per l’aria, si propagò nella valle silenziosa, arrivò fin lassù. Stette in ascolto. Il canto si avvicinava, si faceva più distinto, giungeva a ondate;  ora si udiva anche un vocìo confuso. Erano le donne di Galatro che passavano a brigata laggiù sul ponte e venivano avanti lentamente per la via bianca che serpeggiava lungo la costa di là dalla valle. Nunzio si sentì un tonfo nel petto. Lasciò le capre al pascolo, e si slanciò giù per la china a precipizio ; attraversò il fiume e in due salti fu sulla via maestra. Là, rimpiattato dietro a una siepe, attese, col cuore in tumulto e gli occhi fissi alla svolta della strada. Le voci si fecero a poco a poco più vicine, più distinte; si udirono delle risa allegre squillare in mezzo a un tumulto di voci ; poi apparvero le donne. Egli cercò fra di esse con lo sguardo ansiosamente : Mela non c’era. Se ne tornò a testa bassa, come un cane battuto, triste, come se avesse assistito a un commiato doloroso o ad un addio. Le voci si allontanavano, il canto moriva. Un gran vuoto si fece intorno a lui come se volesse inghiottirlo. Presto sarebbe venuta la notte ad avvilupparlo, ed egli si sarebbe ritrovato solo con se stesso, con le capre, con tutte le cose consuete che nella loro muta esistenza non avevano una voce nè un palpito per lui.

Stava disteso sull’aia, immerso in una specie di torpore malsano, quando si vide comparire dinanzi il fratellino di Tonia.

- Ha detto Tonia che tu venga da noi, perchè è sola e ha paura.

- Vengo - rispose, alzandosi, dopo un attimo d’esitazione.

Tonia stava ad aspettarlo nella viottola, seduta sulla proda della vigna. Quando lo scorse, gli andò incontro e gli si accostò posandogli una mano sulla spalla.

- Che hai ? - gli chiese vedendolo accigliato e cupo. Gli occhi di lei nell’ombra avevano uno strano luccichìo, e sulla pelle del viso le passava a tratti un leggero tremolìo, come se i muscoli sotto si contrassero impercettibilmente ; e le parole le uscivano dalla bocca come rotte, a stento.

- Nulla.

- Ti senti male ?

- No.

- Forse ti ha sgridato il tuo padrone ?

- No.

- Tu mi nascondi qualche cosa. Perchè non me lo dici ? Non ti fidi ?..Se il tuo padrone ti manda via, vieni a stare con noi...

- Non so.

Annottava. Le valli erano già immerse nell’ombra, ma lassù perdurava una luce gialla, opaca, mortuaria, riverberata dalla zona occidentale.

- Sai ? - ruppe a un tratto Tonia, con voce lamentosa - ...avevo paura. Quando arriva questa ora mi sembra che mille fantasmi sorgano da ogni parte... Mi hanno lasciata sola quei cani. Sono andati a portare due panieri di frutta al padrone, si, ma ora saranno ubriachi e si trascinano barcollando per la strada... poi cadono, si rompono il naso e arrivano insanguinati, piangendo...

Un riso stridulo le torse la bocca come in una smorfia.

- ... Lui si ubriaca sempre, quel sacco di sugna... Ha perso due mogli, sai, mio padre. La prima gli morì dopo una settimana dalle nozze, e fu tanto il dolore che voleva uccidersi.. invece poi cominciò a ubriacarsi.... Lei dice che non beveva prima di maritarsi. La prima volta che si ubriacò, fu  presa dal vomito, si rotolò per terra come un’epilettica, e stette due giorni a letto con la febbre. Poi ci si abituò anche lei... Se vedessi come si picchiano, quando sono ubriachi ! Lei gli graffia il viso, e lui le strappa le vesti addosso, glie le riduce a brandelli...e lei resta ignuda... -

Fu scossa da un riso falso, gorgogliante, quasi doloroso, come se fosse misto a un singhiozzo.

- Lui ci rovinerà col suo vizio. Ha fatto molti debiti ; e ora i creditori, quando lo incontrano, lo insultano...Vedi cosa ci fa quel sacco di sugna ! Mia madre è disperata... -

E parlava, parlava, con una voce uguale, ora sommessa, ora quasi lacerante, interrotta sola da qualche sogghigno, come in una ebbrezza o in un leggero delirio.

Nunzio ascoltava senza interromperla, quasi assente; e quando essa gli batteva con la mano sulla spalla o gli si piegava addosso come rotta dal riso, egli si sentiva rabbrividire -

- Sai ? - riprese Tonia - oggi quei cani mi hanno lasciata senza pane; ma io - soggiunse accostandogli la bocca all’orecchio - ...io ho bevuto tanto vino, mi sono ubriacata. Vuoi vedere ? Vieni. Ne ho spillato molto, ce n’è ancora tanto nel boccale... Vieni. -

Lo prese per mano e lo trasse verso la capanna; spinse l’uscio e andò a cercare a tentoni il boccale. Un odore aspro di vino e di fieno veniva dall’interno della capanna.

- Tieni, - fece Tonia piano, porgendogli il boccale - bevi ! Bisogna vuotarlo...se si accorgessero, mi picchierebbero, sai... Bevi ! Bevi !

Ora gli si era fatta più da presso nel buio, parlandogli piano, quasi soffiandogli le parole sul viso, con piccoli guizzi, con scoppi di risa, cingendogli il collo col braccio. Egli la lasciava parlare, senza tentar neppure d’interrompere quel cicaleccio, o di sottrarsi alle sue moine; ascoltava come trasognato, sentendosi attirato a poco a poco come in un vortice. Urtarono coi piedi in un mucchio di paglia. Tonia si arrovesciò supina e l’attirò a sè. Egli resistette, puntando le mani contro il petto di lei.

- Vieni...

Egli non si mosse, rimase lì come in uno stato di stupore. Quella parola non gli sembrava proferita da quella bocca, ma piuttosto come l’eco di una voce che si trasformava nei suoi sensi in un insulto: - Becco...

Poi sentì un dolore alla testa, due mani che lo afferravano per i capelli, e lo piegavano, il contatto di una faccia in sudore, un alito caldo sulla bocca... Un senso di profonda ripugnanza si destò allora in lui, e la ribellione sorse improvvisa in tutto il suo essere. Tentò di liberarsi dalla presa; ma quelle mani sembravano abbarbicate nei capelli: e ad ogni strappo sentiva più acuto il dolore.

- Lascia - ruggì - lascia, sangue di...

E le mise le mani al collo; e strinse, strinse finchè la presa nei capelli si allentò, finchè quelle braccia alzate caddero pesantemente sulla paglia, ed egli sentì sotto il suo corpo un corpo inerte.

- Tonia, ho Tonia... - mugolava fuori la voce ubriaca della madre.

Nunzio sussultò, rimase un momento come trasognato, senza respiro; poi si gettò istintivamente verso l’uscio, e d’un balzo fu fuori nella campagna, correndo all’impazzata perdutamente.

Nella notte risuonavano per la campagna le strida disperate della donna: - Tonia mia, oh ! Tonia mia: ... - e il mugolìo sordo dell’uomo non ancora riavuto dalla sbornia.

 

 

Fortunato Seminara